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L’ingegneria Micoperi nell’operazione “Concordia”

Le procedure di sicurezza e il determinante contributo dei sub – L’eredità della tecnologia

RAVENNA – Una serie di interventi tecnici di altissimo livello hanno caratterizzato il convegno nazionale sul tema “Le opere di ingegneria nel recupero della Costa Concordia: incontro con i protagonisti”, organizzato dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Ravenna e caratterizzato dalla presenza – al teatro Alighieri di Ravenna – di oltre 800 spettatori, molti dei quali ingegneri provenienti da ogni parte d’Italia.
[hidepost]L’evento ha chiamato a raccolta i protagonisti del progetto e della realizzazione dal raddrizzamento al ri-galleggiamento e successiva rimozione del relitto della nave: così la giornata ha fatto luce su come e perché siano stati spesi 900 milioni di euro per una operazione che non ha eguali nella storia.
Ai lavori hanno partecipato i progettisti che hanno delineato l’operazione sul piano strategico e le imprese che hanno realizzato le opere: imprese italiane che hanno lavorato sotto il coordinamento dell’azienda ravennate Micoperi, vincitrice insieme all’americana Titan della gara internazionale che ha assegnato i lavori al consorzio Titan-Micoperi.
La giornata ha consentito di scoprire molti dettagli dell’operazione: si è lavorato a poche centinaia di metri dall’Isola del Giglio con le procedure di sicurezza necessarie in mare aperto, in Atlantico; sono state necessarie 22 mila immersioni, per cui i sommozzatori sono tra i veri eroi di questa impresa che ha comunque importanti contorni umani; sono stati posati chilometri di cavi d’acciaio e migliaia di tonnellate di cemento per realizzare un’impresa che non aveva alternative. Come ha onestamente confessato l’ingegner Giovanni Ceccarelli, che ha avuto l’idea del metodo per sollevare la nave: “In realtà non avevano un piano B, questa operazione era l’unica possibile e dovevamo lavorare nella massima sicurezza”.
Altrove, in paesi con una minore coscienza ambientale, il problema sarebbe stato probabilmente risolto con micro-cariche esplosive per frantumare la nave. Una soluzione che ovviamente non era praticabile nel nostro mar Tirreno. Se fosse stato possibile usare l’isola in maniera estensiva probabilmente i tempi sarebbero stati inferiori. Ora invece, compiuta l’impresa di portare la nave a Genova, “contiamo di togliere dall’isola del Giglio in meno di un anno tutte le strutture che sono state necessarie per la rimozione – spiega Silvio Bartolotti di Micoperi -. E’ stato tutto progettato per essere rimovibile, e speriamo di farlo in sette mesi”. Un’altra sfida da vincere.
Durante i diversi interventi sono state svelate procedure di sicurezza particolari, come lo studio richiesto per verificare che ripercussioni avrebbe potuto avere un rovesciamento non voluto della nave durante le operazioni di raddrizzamento, o quali sarebbero state le reazioni dello scafo a potenziali burrasche o con la perdita dei cassoni durante la navigazione.
Il recupero – è stato sottolineato – lascia anche un’eredità importante: nelle tecnologie impiegate non c’era nulla che non fosse già disponibile sul mercato, collaudato e dai risultati certi. Il grande lavoro è stato applicarle in quelle condizioni e con un relitto di quelle dimensioni oltre a coordinare il lavoro di molte imprese che hanno lavorato assieme, attorno a un’idea creativa nell’assemblaggio delle funzioni delle opere.
“Siamo davvero soddisfatti dell’esito della giornata – chiude Emma Garelli, presidente dell’ordine degli ingegneri della Provincia, che ha fortemente voluto questo convegno a Ravenna – Il convegno con i vari interventi hanno evidenziato il ruolo determinante dell’ingegneria nel recupero della Concordia: un aspetto fondamentale, che però i media avevano lasciato nell’ombra unitamente al fatto che la progettazione sia stata esclusivamente degli ingegneri italiani. Oggi, il ruolo dell’ingegneria in generale e di quella italiana in particolare ha avuto il giusto risalto”.

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Pubblicato il
13 Dicembre 2014

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