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Baldassarri: quei porti in mano ai cinesi

ROMA – Ricorda di essere un economista e non – battutaccia trasparente contro Tremonti- “un avvocato tributarista”. Dopo di che il presidente della commissione Finanze al Senato Mario Baldassarri, prima ancora di affrontare il tema dei porti sintetizza una lezione ultrarapida di analisi macro-economica.

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“Il tesoro cassa dalle norme del rilancio 100 milioni per i porti – sottolinea – ma poi affronta la crisi con 92 milioni di euro di tasse in più, che deprimeranno ulteriormente la nostra già sgangherata realtà. E non ci vengano a dire – sottolinea – che non c’è più una lira. Noi specialisti sappiamo che ogni anno si buttano via nello Stato dai 50 ai 70 miliardi di euro in malversazioni, finanziamenti politicizzati, sprechi consapevoli e non. Non capisco come si possa pensare a una crescita del Paese quando dal 2008 in tre soli anni le tasse sono aumentate di 150 miliardi e non si è speso quasi niente in infrastrutture essenziali. La verità è che nella filiera di valore aggiunto l’Italia sta costantemente retrocedendo. Eppure il Mediterraneo, e con esso il nostro Paese che è un ponte su questo mare, torna velocemente ad essere un nodo fondamentale della logistica, che è la frontiera attuale proprio della produzione del valore aggiunto come nell’ottocento erano le materie prime e nel novecento le nuove tecnologie. Ma l’Italia sembra non accorgersene, almeno in ambito governativo. Se ne sono ben accorti invece i cinesi – enfatizza il professore – che negli ultimi anni si sono comprati ben cinque porti nel Mediterraneo e ci stanno investendo pesantemente”.

E la tesi di Grillo, secondo il quale tutti i porti italiani servono e nessuno va ridimensionato? “Non sono d’accordo – chiarisce – perché bisogna puntare su non più di quattro o cinque grandi porti hub, che siano hub veri sui quali concentrare i traffici intercontinentali. Da noi invece troppi porti significa una guerra tra poveri: come in Adriatico, dove Ravenna ed Ancona sono impegnati principalmente a rubarsi reciprocamente i contenitori. E’ chiaro che per una programmazione seria, occorre una politica nazionale delle infrastrutture e non certo lasciare mano libera ad ogni Regione. Con una premessa: io sono sinceramente federalista, ma il federalismo non deve essere né implementazione delle tasse né elusione degli interessi nazionali”.

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Pubblicato il
29 Ottobre 2011

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