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Quel patto per crescere: E se fosse tardi?

LIVORNO – Diciamocelo, una buona volta: bisogna smettere di parlare del porto, del nostro porto, o dell’intera economia cittadina come se fossimo l’ombelico del mondo, e come se dovessimo solo guardare ai massimi sistemi.


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Ed è invece difficile: perché anche nel (lodevole) tentativo di Federico Barbera con Fise-Uniport di lanciare l’ennesimo “patto per la crescita” (il convegno di venerdì scorso al Lem, di cui abbiamo già succintamente riferito) si è fatta parecchia accademia, molto sociale e qualche palata di demagogia. Ma i veri temi, quelli che bruciano sul serio, sono stati solo sfiorati. Uno per tutti: che succede, che succederà, che può succedere alla Cilp, ovvero alla storica colonna portante delle iniziative imprenditoriali del porto? E ancora: di questo piano regolatore del porto così determinante e innovativo – ammesso che possa esserlo – quando si smetterà di parlarne alto alto e quando lo avremo?

Ci devo mettere un altro carico? Nel convegno qualcuno ha continuato a ipotizzare – lo stesso Gallanti – un porto aperto alle navi da 10 mila Teu’s: e non è colpa di Gallanti, che più volte ha ripetuto di non essere un tecnico e di fidarsi dei suoi tecnici: ma forse una buona dose di realismo non farebbe male, almeno a questo punto. Ci guardiamo intorno a vedere che cosa fanno, quanto investono, come si muovono, gli altri porti anche solo nel Mediterraneo? E siamo davvero convinti che con i tanti freni che quotidianamente troviamo alla crescita, gli altri possano lasciarci qualche briciola?

Come sempre, il sindaco Cosimi ha fatto una bella figura. Perché sa come parlare, perché dice cose facilmente comprensibili, perché ammette anche i limiti della politica, che poi è determinante nel mondo del fare. “Gallanti ed io mettiamo a disposizione – ha detto Cosimi alzando le mani in una metaforica resa – un clima istituzionale corretto e un tavolo di lavoro”. Sembra ovvio: ma se è verità, è verità nuova, e forse tardiva: perché tutti sanno che il clima istituzionale fino all’avvento di Gallanti non è mai stato molto collaborativo, a partire dalle note idiosincrasie tra Marcucci e Lamberti e poi tra Cosimi e il “quasi parente” Piccini.

Ma basta oggi un “clima istituzionale corretto”? Ci verrebbe da dire che per far correre il somaro – ovvero il porto – occorrerebbe non solo il clima, ma anche una buona dose di nerbate. A tutti: istituzioni, sindacati, imprenditori meno dinamici, lavoratori. Un insieme che è come il coro dell’Aida: partiam, partiam, ma quando i provvedimenti partono – se partono: vediamo la telenovela della catena di protocolli per le Porte Vinciane – sono carezze con ventagli di piume. E spesso cadono su chi lavora e produce sul serio, invece che su chi vive di vecchi privilegi, di concessioni non utilizzate, di “farò se potrò”. Ha detto Federico Barbera: di solo porto la città non può vivere. O meglio: non può più pensare di vivere. Solo che a questa domanda nessuno ha risposto. E lo stesso sindaco non sembra in grado di dirci di che cosa questa città potrà vivere se il porto dovesse continuare sul viale del tramonto.

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
25 Gennaio 2012

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