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Bidoniade continua l’allarmismo

LIVORNO – Davvero esemplare, nel suo intreccio di terrorismo ambientalista, di disinformazione e di approssimazioni, la vicenda della ricerca dei fusti di catalizzatore perduti in mare dal ro/ro Eurocargo Venezia durante la furiosa tempesta del 17 dicembre.


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E che a cavalcare la tigre del facile allarmismo siano certi ambientalisti più o meno talebani passi: fa parte del loro dna, siano o no in buonafede. Risulta difficile invece capire perché ci si mettano in alcuni passaggi ufficiali anche le istituzioni, come la Regione e il Comune di Livorno, che sui temi della difesa ambientale hanno parecchi scheletri  negli armadi (si è parlato a più riprese sui giornali di discariche, cave autorizzate e poi non più, scarichi in mare di fognature) e che non si capisce quale interesse possano avere a coltivare gli allarmismi su problemi non ancora chiariti. Diamo per scontato che ci sia da parte di tutti della buonafede. Ma a che serve spaventare la gente senza ancora certezze? C’è chi nei giorni scorsi ha sparato allarmi sulla pesca, sulle spiagge del Calambrone, sulla stagione balneare. E nessuna tra le istituzioni è intervenuta per smentire o almeno per invitare alla prudenza. Si veda anche la polemica innescata sulle indicazioni dell’Arpat che ha cercato di tirare il freno a mano ricordando con una nota (a parziale correzione di dichiarazioni precedenti) che le analisi sulla possibile tossicità dei prodotti finiti in mare non sono ancora concluse. La stessa Arpat è stata crocifissa, o poco meno.

Dispiace infine leggere le accuse alla Capitaneria di porto – e alla stessa compagnia di navigazione Grimaldi – di aver nascosto l’incidente e di procedere con lentezza e con un piano inadeguato. Lo stesso tavolo tecnico al ministero dell’Ambiente ha riconosciuto che il piano è realistico, che si sta facendo il possibile, e che i risultati della ricerca – estremamente complessa e anche costosa – sono già importanti.

Per far chiarezza (nei limiti del possibile) è anche importante ricordare che secondo la Isab Srl, la raffineria di Siracusa che ha spedito i bidoni, il loro contenuto è “di materiale insolubile nell’acqua, di consistenza solida, imballato in sacchi all’interno dei fusti, in atmosfera inerte, il tutto certificato”.

Sarà anche una dichiarazione Pro Domo Sua, ma al momento è l’unica ufficiale. E va aggiunto che la stessa società Isab è interessata al recupero perché il tutto vale più di mezzo milione di euro. Perché dunque non dare un po’ più di fiducia alla Capitaneria, all’operazione Minerva Uno e allo stesso tavolo dell’Ambiente, in attesa che ci dia un chiarimento definitivo sulla reale pericolosità dei materiali finiti in mare?

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
25 Febbraio 2012

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