C’era una volta il “just in time”: ora è finito, e stavolta per sempre
La logistica ai tempi della guerra: cronaca di un terremoto annunciato

Immagine simbolica del tempo concetto chiave nella logistica del modello just-in-time
MILANO. Fino a qualche settimana fa l’esistenza dello Stretto di Hormuz era olimpicamente ignorata dalla stragrande maggioranza della popolazione, adesso è diventato l’ombelico del mondo. E adesso tutti sappiamo perché: passavano da snodo «in media 129 navi al giorno» mentre adesso, «nei rari momenti in cui il transito è consentito», la media «non supera due o tre unità al giorno». Certo, abbiamo imparato che questa è la giugulare del sistema energetico che alimenta macchine e macchinari del pianeta (vi transita il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del gas naturale liquefatto).
«Il più grande shock energetico della storia, peggiore di qualsiasi crisi precedente inclusa quella degli anni Settanta»: parola dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. Figurarsi che ora la situazione è quella di «un doppio blocco»: con l’Iran che «controlla e condiziona l’ingresso nel Golfo, imponendo pedaggi e rotte obbligate»; con gli Stati Uniti che «dal 13 aprile bloccano i porti iraniani con la propria Marina».
Parte da qui Federico Pozzi Chiesa, amministratore delegato di Italmondo e fondatore di Supernova Hub, in una sorta di riflessione a voce alta diffusa a una serie di media, fra i quali la “Gazzetta Marittima”. Prende la rincorsa da questi elementi (noti) per sottolineare che, con «1.200 miliardi di dollari di commercio globale a rischio, 2mila navi e 20mila marittimi bloccati nel Golfo», tutto ci ricorda che «la logistica regge il mondo». E soprattutto: l’impatto sarebbe già devastante così, ma in realtà lo è ancora di più.
Pozzi Chiesa tiene a mettere in evidenza un aspetto spesso trascurato. «Non solo petrolio e gas sono fermi: anche – avverte – farmaceutici, semiconduttori, fertilizzanti, alluminio”. A tal riguardo cita il caso del Qatar che «da solo produce il 98% delle esportazioni mondiali di gas speciali necessari alla produzione di chip (neon, elio, argo, kripton e xeno), per un valore di 3 miliardi di dollari annui». Cosa è accaduto? «Ha dichiarato la forza maggiore, sospendendo gli obblighi contrattuali su tutte le forniture anche verso l’Italia».
Non basta: si pensi all’urea, fertilizzante fondamentale. Il fondatore di Supernova Hub precisa che il prezzo era «attorno ai 475 dollari per tonnellata prima della crisi» e a metà aprile 2026 «ha raggiunto gli 858 dollari»: un quasi raddoppio che bastona direttamente le produzioni agricole globali.

Le luci dei veicoli che si spostano su una superstrada nella notte
Ma a giudizio di Pozzi Chiesa stavolta la sterzata è ancora più brusca e chiama in causa qualcosa di più ampio: come annota riassumendo la parabola del proprio intervento, questa logistica in tempo di guerra ha fatto saltare per aria un modello consolidato, almeno per come lo conoscevamo. Tradotto: «Il lusso del just-in-time è finito, e stavolta per sempre». Aggiungendo poi: «Se non è bastata la lezione del Covid, oggi siamo alla resa dei conti. Serve una risposta strutturale per far fronte ai cigni neri che creano danni al trasporto delle merci e sconvolgimenti all’economia».
Nella riflessione di Pozzi Chiesa, il “just-in-time” è «un sistema elegante ed economicamente efficiente, per cui la merce arriva esattamente quando serve, senza scorte in eccesso, senza capitale immobilizzato». Con un solo problema: «Tiene finché tutto funziona, ma crolla irrimediabilmente non appena si rompe un solo anello della catena».
Eppure la lezione l’avevamo avuta dell’emergenza pandemia: «Nel 2021 avevamo visto i container ammassarsi nei porti sbagliati, i prezzi dei noli esplodere, i semiconduttori sparire dagli scaffali globali». Cosa avremmo dovuto fare? «Costruire resilienza, diversificare le rotte, riportare a casa parte della produzione strategica: in parte lo abbiamo fatto, ma evidentemente non abbastanza».
A dirla tutta, è vero che la logistica «non è rimasta ferma ad aspettare» e che «le rotte si stanno riconfigurando». Ma, nell’opinione del numero uno di Italmondo, ci si è basati sull’idea di contenere l’emergenza anziché risolverla. Un rattoppo invece di una soluzione: come l’alternativa – viene fatto rilevare – di tornare al trasporto via terra o via ferrovia, ma la capacità di carico è molto inferiore rispetto a quella via nave. Occhio all’Arabia Saudita che «sta aumentando l’export via Mar Rosso attraverso il porto di Yanbu, bypassando Hormuz grazie al sistema di “pipeline” est-ovest».
No, non è questa la strada da percorrere per fare un balzo nel dopodomani. Insomma, la risposta «non può essere solo tattica». Per Pozzi Chiesa serve «una struttura che consenta di leggere in tempo reale quello che succede e di adattarsi prima che il danno sia fatto». In concreto: «È qui che la tecnologia diventa un fattore abilitante».
Parla “pro domo sua”? Ok, fa riferimento anche a Lauri, la piattaforma sviluppata internamente dal suo Supernova Hub, ma quel che vuol sottolineare è la rilevanza che avrà l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale «capaci di automatizzare le parti ripetitive e ad alto volume del lavoro logistico». In maniera – aggiunge – da «liberare tempo e risorse umane per quello che una macchina non può fare: ragionare, negoziare, trovare soluzioni quando il piano salta, per una guerra, per una pandemia, per uno sciopero portuale».
Nella visione di Pozzi Chiesa il prossimo passo è «l’integrazione tra intelligenza artificiale e robotica fisica nei magazzini, con costi dell’hardware scesi significativamente nell’ultimo anno». Non è questo l’unico campo al quale guardare: c’è la guida autonoma su strada («difficile immaginare che nell’arco di un decennio non vedremo camion autonomi sulle strade europee»).
L’impatto – è questa l’ultima sottolineatura – non è solo di efficienza: ottimizzare il carico dei mezzi, ottimizzare le tempistiche, ridurre il numero di mezzi in circolazione significa anche ridurre le emissioni». Per dire qualcosa che ha a che fare con l’intelligenza umana più che quella artificiale: «Liberare tempo alle persone significa restituire ore di vita, non solo produttività».











