Lo strano paradosso del gas made in Italy che c’è eppure non c’è

L’Italia si trova oggi intrappolata in un controsenso energetico che pesa sulle tasche di cittadini e imprese. Mentre il dibattito politico oscilla tra transizione ecologica e sicurezza nazionale, i numeri raccontano una realtà spietata: consumiamo circa 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ma ne produciamo appena 3 miliardi. Di fatto, meno del 6% del nostro fabbisogno è coperto da risorse interne, costringendoci a importare il restante 95% dall’estero.
Se guardiamo al resto d’Europa, il distacco è evidente. Mentre la media di dipendenza energetica dell’Unione Europea si attesta intorno al 58%, l’Italia svetta tra i Paesi meno autosufficienti, superata persino da nazioni con sistemi industriali complessi come la Germania o la Francia. Paesi come l’Olanda e il Regno Unito riescono a coprire rispettivamente il 73% e il 56% della propria domanda interna, rendendo la posizione italiana ancora più critica.
Questa dipendenza non è solo un dato statistico, ma un salasso economico costante. Ogni anno, l’Italia spende tra i 70 e gli 80 miliardi di euro per l’importazione di energia. Solo l’acquisto di gas naturale pesa per circa l’1% del nostro PIL, una cifra enorme che viene trasferita direttamente oltrefrontiera.
A questo si aggiungono:
- Costi logistici più elevati per il trasporto.
- Instabilità dei prezzi, legata alle oscillazioni dei mercati internazionali.
- Rischi geopolitici, che rendono le nostre forniture vulnerabili alle crisi globali.
L’effetto a cascata è inevitabile: rincari nella manifattura, nei trasporti e negli imballaggi, che si traducono in un carrello della spesa sempre più caro e in una perdita di competitività per le nostre aziende.
Spesso, il freno alle estrazioni nazionali — nonostante la presenza accertata di giacimenti nell’Adriatico — è stato giustificato da ragioni ambientali. Tuttavia, molti esperti sollevano il dubbio della “delocalizzazione ambientale”. Rinunciare all’estrazione a chilometro zero non cancella le emissioni legate alla produzione del gas, ma le sposta semplicemente in altri Paesi, aggiungendo l’impatto ecologico del trasporto internazionale.
La sfida dei prossimi anni si gioca su un equilibrio sottilissimo: da una parte, la necessità di accelerare sulle rinnovabili per il futuro del pianeta; dall’altra, l’esigenza pragmatica di garantire sicurezza energetica e prezzi sostenibili nel breve e medio periodo sfruttando le risorse già disponibili sotto i nostri piedi.
In questo scenario, una domanda resta aperta: ha senso continuare a pagare tre volte il gas (all’estero, in bolletta e nei prezzi al consumo) quando parte della soluzione si trova proprio nel nostro mare?
Angelo Roma
(Angelo Roma, consulente marittimo, è stato fino a poco tempo fa vicepresidente di Interporto Toscano di Guasticce, nel curriculum anche il periodo alla guida di Toremar e, in anni più lontani, il ruolo di port captain di Zim, la compagnia di navigazione israeliana)











