Visita il sito web
Tempo per la lettura: 7 minuti
LA STORIA

La morte di Edgar Morin, l’intellettuale superstar con le radici a Livorno

Lui, suo padre, la città dei 4 Mori: si è spento a 104 anni il filosofo fuori moda

Edgar Morin si è spento all’età di 104 anni: èp stato uno dei magguori pensatori della nostra epoca, per quanto la sua attitudine alla complessità e alla multipolarità sembrino oggi inascoltate

LIVORNO. E se alla fin fine fosse tutto un equivoco? La traiettoria dell’esistenza, le scelte davanti al bivio, gli amori di una vita e quelli mai incrociati, il sapere. Perfino la carta d’identità. In nome di un  patriota veneziano di cent’anni prima (e, per buffa coincidenza, anch’egli alle prese con un cognome cambiato), aveva scelto di chiamarsi Manin per nascondersi agli occhi dei nazisti durante la Resistenza: ma la giovane capisce male e lo presenta agli altri partigiani come “Morin”. Non sapevano né lui né lei che sarebbe diventato un gigante del pensiero europeo contemporaneo: Edgar Morin è morto adesso all’età di 104 anni, dopo aver marchiato la cultura dei nostri tempi.

In realtà, di sviste sul cognome ce n’è almeno un’altra, e stavolta la fa l’impiegato dell’anagrafe: nel cognome di famiglia Nahum, ebreo sefardita, qualcuno infila una “o” a caso perché in francese suona meglio. Sicché a un certo punto quest’identità stratificata sugli errori si consolida e diventa ufficialmente quella di Edgar Nahoum Morin. Non è semplicemente rassegnazione, è l’accettazione del fatto che sono anche le circostanze – comprese le sviste e i capricci incrociati del destino – a fare la storia di ciascuno. E la storia non può che essere plurale: una “confederazione di anime”, avrebbe detto il dottor Cardoso, la voce di Tabucchi che parla con il protagonista di “Sostiene Pereira”. In effetti, se vogliamo dirla tutta, come racconterà lui stesso alle soglie del centesimo compleanno in “I ricordi mi vengono incontro”, di identità da usare in contemporanea durante l’occupazione nazista ce n’è anche un’altra: quella che si rimpiatta dietro il nome di Gaston Poncet, sempre lui ma in versione anonimo inquilino.

Però ogni “confederazione di anime”, a meno che non voglia lasciarsi sbatacchiare dal primo libeccio che passa, deve avere un centro di gravità permanente: le radici. È curioso che le radici di uno dei più straordinari intellettuali dal dopoguerra a oggi stiano a Livorno.

Livorno voleva farlo cittadino onorario

Beninteso, non si tratta del fatto che negli anni scorsi l’allora assessore alla cultura Simone Lenzi avesse cercato di farlo tornare nella “sua” Livorno per conferirgli la cittadinanza onoraria, magari in vista del compleanno numero 100: non se ne fece di nulla perché sarebbe stato troppo strapazzante per Morin. E non è neppure il solito caso di un “originario di”: un luogo di nascita che resta tutt’al più sul passaporto e stop. Edgar Morin a Parigi era nato (104 anni fa, nel nono arrondissement, fra Galeries Lafayette e Pigalle) e a Parigi è morto. Ma spesso ha rivendicato di provenire da una famiglia sefardita livornese: in realtà, già da generazioni, prima di insediarsi a Parigi, i suoi hanno abitato a Salonicco (Grecia) ma la sottolineatura di cosa significasse Livorno l’ha esplicitato più e più volte. E non solo lui: anche suo padre.

Morin cita Stendhal che voleva far scrivere sulla propria tomba che era milanese. Anche Morin, ma declinandolo in livornese: «Io voglio soltanto essere riconosciuto come orfano di questa Toscana dove avrei dovuto vivere, dove per poco non ho vissuto». A maggior ragione, dopo che aveva riannodato i fili nel complicato rapporto con il padre Vidal.

Proprio suo padre aveva messo Livorno nel radar come l’ultima tappa dell’esistenza: aveva lasciato la moglie ed era macinato dal dubbio – ricordava Morin – se «stabilirsi a Livorno, da cui venivano i suoi progenitori, o a Cannes dove abitava il suo amico d’infanzia, il dottor Matarasso». Finì che tornò da lei, con la scusa di esservi costretto dal figlio. Lo stesso dilemma del ritorno alle radici si pone quando il padre muore e c’è da decidere dove seppellirlo: Edgar Morin rimpiangeva di non aver dato ascolto all’impulso iniziale di metterlo nel cimitero di Livorno, «città dei suoi progenitori, dove sognava di concludere la sua vita». Lo dirà nel libro-intervista del 2013: il padre vedeva in Livorno «la culla della sua famiglia». Aggiungendo poi: «Sono molto fiero che i miei antenati, ebrei sefarditi, provengano da Livorno», ipse dixit in una intervista al “Corriere della Sera”.

Vidal Nahoum con il figlio Edgar Morin dal libro che il filosofo ha dedicato al padre

Il luogo dell’immaginario e delle radici familiari: come per Caproni

Non c’è certezza assoluta ma è probabile che né Edgar Morin né suo padre Vidal abbiano in realtà mai rimesso piede a Livorno, uno spazio geografico e una città di gente che diventano una sorta di luogo mitico dell’immaginario. Qualcosa di simile – anzi, ancor più radicale – a quel che accadrà al poeta Giorgio Caproni: nell’estate 1921 in cui Morin nasce, a Livorno ha da pochissimo mandato i primi vagiti il comunismo made in Italy e sta per fare la valigia proprio la famiglia Caproni. Con il futuro poeta che cristallizzerà nel ricordo dei luoghi e della gente di Livorno un bello spicchio della sua poetica.

Bella forza, con le lenti della nostalgia tutto diventa affascinante: venisse qui a vedere i guai della raccolta differenziata, il Bronx (!) sui Fossi e la palladiana sotto i portici. Aspetto che salti fuori: un po’ come dire che Baggio aveva il codino con la forfora, vabbè.

Morin, lo incrocerà di persona a un dibattito accademico lo storico livornese Enrico Mannari (Luiss School of Government) raccontandolo poi sul “Tirreno”: vede il filosofo commuoversi un po’ quando scopre di aver davanti un livornese. D’altronde, “livornese” si sentiva suo padre Vidal e, per li rami, lui stesso: «La “matria” a cui penserà di più nei suoi giorni da vecchio, quella in cui si augurerà di terminare la vita, è Livorno, la città in cui sente come per istinto che si è formata l’identità moderna dei Nahum». Non è solo biografia, amarcord e rimpianto: è una indicazione declinata al presente da parte di uno che, con i 104 anni del suo “secolo lungo”, ha attraversato il “secolo breve”. Ammesso che sia breve quest’eterno presente che si schiaccia sull’oggi senza passato e senza futuro.

Le parole di Morin citate da Mannari sono pelle viva della storia della sua famiglia: «L’integrazione è anche disintegrazione. È insieme guadagno e perdita. Bisogna andare nel senso del processo? Ritardarlo? L’uno e l’altro. Tutte le culture vogliono vivere Tutte le culture sono mortali». E qui si entra nel vivo del suo modo di pensare, dove le contraddizioni – dice lo studioso livornese – »sono intrinseche alla sua visione e alla sua concezione del mondo: unità di concordia e discordia, di unione e divisione, di radicato e di poliradicato come è il sefardita della Salonicco “livornese”».

Due dei libri in cui Edgar Morin racconta la sua parabola umana: “Vidal mio padre” e “I ricordi mi vengono incontro”

L’antico ceppo ebraico dei “livornesi di Salonicco”

A sgombrare il campo dai fraintendimenti, lo ripeto, non è che i Nahum se ne siano andati da Livorno l’altro ieri: hanno fatto di Salonicco la loro casa, nel contesto – lo annota Morin nel libro dedicato al padre – di una grande «comunità di ebrei, spesso di origine sefardita ma molto italianizzati» provenienti da Livorno, lì ottengono qualcosa di non lontano dalle “livornine” in salsa greca, cioè protezione da chi li rincorre per castigarli: il filosofo parla di 2mila persone nate da livornesi o comunque da toscani a metà Ottocento. Sono i “livornesi di Salonicco”, e i Nahum fra loro, nel corso dell’Ottocento saranno la guida politica, economica e  culturale della città, che guardacaso è anche un porto di primaria importanza.

Non saprei dire se Edgar Morin abbia mai rimesso piede a Livorno ma in Toscana c’è stato, eccome. Ci sono pagine e pagine di “I ricordi mi vengono incontro” (edito da Raffaello Cortina) in cui si dà conto, nel modo terrigno che lo contraddistingue, di amori e vino, fughe romantiche in “Maggiolino” Volkswagen e amicizie con la nobiltà vitivinicola nella zona di Bolgheri. Inclusa la sottolineatura che in mezzo a tutto questo bailamme anche un po’ buffo, in cui racconta come becca una tipa («bruna, dai capelli lisci e corti, che aveva occhi azzurri e un viso triste e dolce»). L’avventura si dipana fra Bolgheri, un «pranzo a base di colombacci da Ludovico», Castiglioncello («lei mi propose di farmi accogliere al castello, in mezzo a una collina che domina i cinque mari e l’isola d’Elba», appartiene al marchese Incisa), l’aeroporto di Pisa («verrà tutti i fine settimana dal venerdì al lunedì in aereo» e lui andrà a prenderla).

È qui che scrive pagine che rimarranno nella storia del pensiero filosofico, ma quando le racconta è come se parlasse di un giovanotto scapestrato con buone letture e tanti legami più o meno rocamboleschi, perfino un po’ di cocaina. La Toscana tornerà con Firenze, Montepulciano, Siena e mille altri luoghi: del resto, non è vero che lo zio Jacques è sepolto a Firenze dopo esser morto nei combattimenti per liberarla dai nazisti? Inutile dire che Livorno torna sempre, ma ogni volta come entità più che come città: forse l’emblema di quel pensiero “plurale”? Chissà, fatto sta che spunta ben visibile in questo amarcord di una vita ma anche nelle prime battute della “lectio magistralis” in occasione del ricevimento del premio internazionale di Catalogna nel ’94. Di più: in “Vidal mio padre” Livorno schizza fuori da ogni parte, a cominciare da “Una famiglia livornese”: così, con questo titoletto, a pagina 37 si apre il capitolo dedicato ai suoi.

Il fascino della complessità e la tentazione del semplicismo

Le teorie della complessità e il metodo di indagine rappresentano la sua eredità intellettuale: l’analisi del pensiero di Edgar Morin la ritroverete nelle prossime ore dappertutto – non c’è bisogno qui di farne un bignamino – anche se disgraziatamente l’attitudine collettiva sembra non averne fatto tesoro. Anzi, pare proprio bramare la tentazione semplificatoria come via d’uscita alla babele contemporanea: questa morte sembra anche il simbolo dell’eclisse di ogni ambizione a voler capire il mondo, le cose, le persone. Prevale la logica della “fatwa”, anche qui in Occidente: e, in mezzo allo sciabordìo delle identità liquide, ci si aggrappa a «poche certezze in compenso assai confuse», pur di darsi un contegno, un’idea, una identità.

Il pensiero non è riducibile alla biografia ma certo che i tasselli dell’esistenza di Morin e l’insistenza sulle radici nella “città senza ghetto” sono qualcosa di tangibile: i livornesi di oggi potrebbero cominciare a ricordarsene, se a qualcuno importasse una memoria che non sia una bandierina.

In un lunghissimo colloquio diventato libro una ventina d’anni fa, Edgar Morin ha ricordato che la sua era una famiglia “laica” «da almeno tre generazioni»: «Ecco dunque la mia identità confusa: ero – rievocava in “Io Edgar Morin” – un ebreo non-ebreo, un non-ebreo ebreo. Ero del gruppo di quelli a cui non appartenevo e non ero parte di quelli cui pure sentivo di appartenere». Non è tutto: «Il mio nonno materno Salomon Beressi non credeva in Dio, quello paterno David Nahum aveva smesso di osservare strettamente le prescrizioni mosaiche» eppure «entrambi festeggiavano la Pasqua in famiglia» e «partecipavano ai matrimoni e ai funerali in sinagoga: aveva per loro il valore di una appartenenza culturale e etnica a una comunità, non il senso di una obbedienza religiosa a Dio».

Mauro Zucchelli

Pubblicato il
30 Maggio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

Potrebbe interessarti

Cogito, ergo vedo nero

Provo a fare una sintesi di quanto emerso e sta emergendo dalle diatribe sulla Darsena Europa, con tanto di chiarimenti dal commissario/prefetto e gallinaio vario sulle aree pressoché completate. È un’analisi mia personale, condita...

Leggi ancora

Addio amico Giorgio

LIVORNO. Non è soltanto la scomparsa a 91 anni di un importante imprenditore del settore portuale: la morte di Giorgio Fanfani, avvenuta nella notte di domenica, segna la perdita di un altro pezzo dell’anima...

Leggi ancora

Il provvisorio permanente

Non sottovaluto, certo, i mille problemi che travagliano l’Autorità di Sistema Portuale del povero presidente Gariglio, stretto tra le morse della politica in zuffa continua e quelle degli operatori che pretendono scelte rapide e...

Leggi ancora
Quaderni
Archivio