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NEI GUAI IN OTTO

Un “castello” di fatture fasulle per riciclare e far sparire i soldi all’estero

Un business illecito da 200 milioni scovato dalla Guardia di Finanza

La campagna della Guardia di Finanza

LODI. Tutto è cominciato un paio di anni fa quando i militari della Guardia di Finanza hanno dato un’occhiata un po’ più approfondita a quel che c’era sotto la superficie di una fra le 900mila imprese presenti in Lombardia: da un lato, emetteva fatture su fatture, praticamente senza sosta; dall’altra, non si capiva quale fosse effettivamente la sua attività concreta perché combinava poco o niente. Il sospetto è nato lì: che il suo ruolo nel sistema economico locale fosse quello di fare da “cartiera”, cioè  emettere fatture per operazioni inesistenti – roba da migliaia e migliaia di euro ogni volta – allo scopo di dribblare il fisco permettendo di far figurare costi mai avuti.

A dire il vero, risalendo per li rami agli innumerevoli contatti della “società fantasma”, i finanzieri si sono accorti che quella “cartiera” era uno snodo di rapporti. Ne è saltata fuori una operazione che, secondo quella che al momento è una ipotesi accusatoria ancora in attesa di riscontro in sede giudiziaria, ha fatto emergere alla luce – spiegano dal quartier generale delle Fiamme Gialle – un’organizzazione criminale che sfruttava «gli articolati meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto “underground banking”», cioè quell’insieme di «sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei canali finanziari ufficiali e regolamentati» in modo da aggirare la rete degli strumenti anti-riciclaggio. Risultato: al gruppo viene contestata l’accusa di aver trasferito in Cina «oltre 200 milioni di euro, spesso triangolando le operazioni attraverso Paesi europei», com’è stato spiegato illustrando il blitz del nucleo di polizia economico-finanziaria di Lodi al culmine di una complicata indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Lodi

L’hanno chiamata “Green River” e ha portato a un decreto di misure cautelari personali nei confronti di 8 soggetti (arresti domiciliari): in un caso, relativo alla persona ritenuta a capo dell’organizzazione, è stato previsto il braccialetto elettronico. Vengono ritenuti «responsabili di un’associazione per delinquere dedita all’autoriciclaggio e all’emissione e utilizzo di fatture per operazioni insistenti», altre misure cautelari reali hanno riguardato 44 soggetti. In gioco «un importo pari a circa 31 milioni di euro», secondo quanto reso noto dalla Guardia di Finanza.

A cosa servivano le fatture false? I beneficiari – viene fatto rilevare – potevano riciclare quanto incassato da «svariate tipologie di reati presupposto (quali reati tributari, societari, fallimentari, ma anche  in ambito stupefacenti e criminalità organizzata)», mentre la comunità cinese riesce a riciclare «un ingente quantitativo di denaro derivante dalle proprie attività economiche e di procedere al rimpatrio delle somme “ripulite” in Cina, attraverso una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle false fatture ed i bonifici effettuati da quest’ultimi sui conti correnti gestiti dal sodalizio».

È emerso che in varie transazioni i trasferimenti di denaro sono avvenuti sfruttando i “virtual iban”: si tratta di codici utilizzati per reindirizzare i fondi su un unico conto principale, in modo da «mascherare i reali beneficiari» e da rendere «estremamente difficile tracciare il flusso di false fatturazioni».

Al momento di tirare la riga del totale, è saltato fuori che la società “cartiera” non era una sola bensì 41: l’organizzazione le aveva “nascoste” in un anonimo ufficio in un paese della provincia di Brescia né piccolo né grande, in grado cioè di star lontano dalle città più presidiate ma al tempo stesso non così piccolo da far emergere sospetti per presenze “anomale”. Da lì, secondo l’accusa delle Fiamme Gialle, sono state mandate in giro «fatture per operazioni inesistenti per 200 milioni di euro». Il tornaconto dov’era? Nel fatto che i beneficiari pagavano il servizio con un importo attorno al 10% della somma dichiarata in fattura. La fattura fasulla arriva alla società “cliente” – viene segnalato dai finanzieri – «veicolando successivamente le corrispondenti somme di denaro ricevute all’estero, per poi retrocederle in contanti alle stesse, trattenendo una “commissione” per il servizio».

Siccome l’appetito vien mangiando, alla fattura falsa c’è chi ha associato anche qualcos’altro: ad esempio il tentativo di farsi riconoscere gli aiuti per il terremoto di 17 anni fa in Abruzzo oppure i contributi per il Covid così da «inserire in contabilità dei crediti totalmente inesistenti per compensare i loro debiti di varia natura (fiscali, previdenziali, assicurativi)», com’è stato sottolineato.

Non è tutto. Fra le società “cartiere” una è stata usata anche per cercare di imbastire una frode sull’Iva riguardo a un canale di importazione di merce dall’India. Come? «Attraverso l’indebito ricorso al regime del deposito Iva, che consente agli operatori – è la sottolineatura che arriva dalle Fiamme Gialle – di lavorare in sospensione d’imposta e posticipare il pagamento dell’imposta in un momento successivo all’importazione». Qual era il compito della società fittizia? Nient’altro che mettersi in mezzo fra il fornitore e il beneficiario finale, inutile dire che l’Iva non è mai stata pagata.

L’intervento di un team di finanzieri per le indagini

Al di là del fatto che le Fiamme Gialle tornano a ripetere che fino alla sentenza definitiva stiamo parlando di ipotesi accusatorie (vale, insomma, la presunzione d’innocenza), è da segnalare che fra le misure personali una ha riguardato un commercialista italiano: il suo compito era riguardante la gestione amministrativa e contabile delle imprese del gruppo, preparando gli F24 delle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria a rendere le società formalmente esistenti e regolari.

I sequestri eseguiti – viene specificato – hanno riguardato «disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, automobili, ma anche beni di lusso quali orologi e preziosi». Nel corso delle perquisizioni l’intervento delle unità cinofile “cash dog”, in servizio presso i reparti delle Fiamme Gialle negli aeroporti di  Orio al Serio e Milano Linate, ha aiutato a scovare denaro contante nascosto sia all’interno di edifici che dentro le auto. In tutto più di 100mila euro.

Pubblicato il
16 Giugno 2026

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