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IL PROSSIMO "GRANDE GIOCO"

Caccia al tesoro sui fondali degli oceani: così gli Usa se li sono presi

Lontano dai riflettori la corsa ad arraffare i minerali rari nell’era tech

La protesta di attivisti di Greenpeace contro lo sfruttamento dei fondali oceanici 

WASHINGTON. Non passa giorno senza che i tg e le prima pagine dei giornali indichino se lo stretto di Hormuz è aperto, chiuso, chiusino, mezzo aperto, un po’ chiuso ma non del tutto, aperto ma solo nelle ore dispari e via bischerando. Tutto vero, compreso le smargiassate per cui lo Stretto è distante 8.700 miglia nautiche dalla battigia della California ma la Casa Bianca se lo annette (simbolicamente?) come territorio degli Stati Uniti, magari la prossima volta capiterà con il Gennargentu o con la Galizia, chissà.

Tutto vero, ed è inevitabile che sia così: le auto divorano ettolitri di carburante, l’energia elettrica è pulita sì ma a patto che da qualche altra parte qualcuno la produca, e in genere con impianti a gas.

E mentre tutti guardano a Hormuz, invece…

E tuttavia se è vero che gli occhi del mondo sono concentrati su quell’angolino del Golfo Persico, vale la pena di accorgersi che il dopodomani si gioca – e si gioca già oggi – in altri angoli del mappamondo che sono assai meno sotto i riflettori. Anzi, al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, praticamente al buio. Ad esempio, la zona di Clarion-Clipperton: cioè un ritaglio di Oceano Pacifico che, detto parecchio a spanne, è quasi un migliaio di miglia al largo dello Yucatan, davanti alla California ma in mezzo al mare e un po’ più giù. Solo acqua acqua acqua.

Siamo al largo, anzi al larghissimo: e prendiamola ancor più alla larga. Giusto per dire una cosa: le nuoive tecnologie che si fanno industria hanno un bisogno famelico (che viene rapidamente proclamato “strategico per la sicurezza nazionale”) di materiali, talvolta rari e talvolta no, ma accumulati in aree del globo non di rado fuori dalle mappe consuete dell’industria estrattiva.

C’era stato il colonialismo, poi l’era dei governi-fantoccio in mano a multinazionali o grandi potenze: adesso si è visto che non basta più come controllo della catena di approvvigionamento.

Il miracolo della moltiplicazione della proprietà privata

Non credete a chi dice che il nostro pianeta è già tutto esplorato e “accatastato”. Se si è riusciti a far diventare patrimonio vendibile perfino qualcosa di immateriale come “second life”, figuriamoci cosa può accadere nel mondo tangibile.Esempi?

Uno, il controllo di zone inospitali come le regioni polari: si pensi a quel che si sta preparando per la (vera) corsa alla conquista dell’Antartide come fosse il West; si pensi alle rotte artiche fra Cina e Europa; si pensi alla Groenlandia (che non è affatto un capriccio da squinternati…).

Due, il possesso dello spazio che è al di sopra delle nostre teste: nell’era in cui il controllo delle telecomunicazioni è vitali per la nuova “guerra dei droni”, nell’era in cui l’affollamento delle orbite rischia di essere intasato; nell’era in cui prima ancora che gli stati sono gli operatori privati ad avere l’egemonia su questo campo di (futura) battaglia. Non è forse vero che siamo nel regno del non regolamentato e ciascuno cerca di mettere più in alto il proprio settore di competenza (e dominio)?

Tre, le mani sugli abissi: solo da poco tempo le profondità oceaniche sono passate dallo status di curiosità scientifica a quello di giacimento economico. Il risultato: ognuno vuole accaparrarsene un po’, più che può. Anche perché  ci si è da tempo resi conto che le terre emerse sono (quasi) piccola parte rispetto alla percentuale del globo che è coperta dagli oceani ma solo da poco si hanno a disposizione tecnologie in grado di spostare più giù il limite dello sfruttamento minerario. Ecco, è qui che nasce la piccola storia laterale che vorremmo raccontare. Uno squarcio che mostra in anticipo una finestra dalla quale vedere quel che accadrà.

Ecco dov’è localizzata la zona di Clarion Clipperton nell’Oceano Pacifico

All’asta i fondali marini: ecco cosa c’è dietro

La testata californiana “gCaptain” – quartier generale a Morro Bay, piccolo borgo a metà strada fra Los Angeles e San Francisco – segnala che l’amministrazione Trump è a un passo dal mettere in piedi un’asta con la quale offrire in concessione le autorizzazioni relative a sfruttare alcune zone al largo delle coste delle Isole Marianne Settentrionali per ricavarne minerali critici. Non una mossa a caso o un provvedimento spot: gli analisti del giornale americano lo vedono come un’altra tessera del mosaico che è costituita dal piano per lo sviluppo delle risorse minerarie dei fondali marini nelle acque statunitensi.

Intanto, bisogna tener presente che stiamo parlando di una galassia di 14 isole, meno di 50mila abitanti in mezzo al Pacifico, a 2.500 chilometri dalle coste filippine mentre la distanza dalle coste americane è quasi quattro volte tanto. Territorio americano anche se un po’ di serie B: un “commonwealth” che ha il dollaro Usa come moneta e può vantare unione politica con gli Stati Uniti d’America; da mezzo secolo ha acquisito lo status di territorio autonomo , che però per politica estera, commercio e difesa  si mette nelle mani della Casa Bianca (ma, pur potendosi muovere negli States come statunitensi, non possono partecipare al voto per il presidente Usa).

La testata americana segnala che la Marine Minerals Administration (Mma) ha messo nero su bianco un “avviso di proposta di concessione di licenze” per le acque federali al largo del Commonwealth delle Isole Marianne Settentrionali (Cnmi): con la “mappa” di termini e condizioni per ottenere l’ok  allo sfruttamento minerario, comprese clausole contrattuali e notizie utili per gli eventuali soggetti in lliza (ma anche una sorta di valutazione  d’impatto ambientale).

Laggiù in mezzo al mar ci sono i materiali rari

Quel che c’è dietro lo dice chiaro e tondo Matt Giacona, che del Mma è direttore ad interim, spiegando a “gCaptain” la visione della Casa Bianca davanti a questa questione: «I minerali critici sono essenziali per la sicurezza nazionale, la forza economica e la sovranità delle risorse degli Stati Uniti. Gli Usa non possono permettersi di dipendere da nazioni straniere per le risorse che alimentano la nostra economia e sostengono la nostra base industriale della difesa». Illustrando la vicenda, viene ricordata la decisione del governo federale di ampliare in modo rilevante tanto a est quanto a ovest delle Isole Marianne Settentrionali l’area per la valutazione ambientale.

Perché tutta questa attenzione ai fondali del Pacifico? Nel complesso li si ritiene un Eldorado in termini di «giacimenti di minerali, fra i quali figurano ad esempio manganese, nichel, cobalto e rame, che sono molto richiesti nei sistemi di difesa, negli accumulatori di energia, nell’industria elettronica e in altre tecnologie avanzate», come viene sottolineato. Non è tutto: la Casa Bianca nella strategia dell’era Trump di reimpostare i rapporti con il resto del mondo, alleati inclusi, ha messo in testa alla lista delle “priorità delle priorità”, in termini talmente perentori da farnne una questione di sicurezza nazionale, l’approvvigionamento di minerali critici. Obiettivo: affrancare il sistema statunitense dalla dipendenza dalle catene di fornitura straniere, a maggior ragione se controllate dalla Cina com’è in buona parte dei casi.

La storia relativa alle isole Marshall Settentrionali non è che una fra le varie aperte da questa svolta nei promessi per ricavare minerali offshore dagli oceani. Giusto di poche settimane addietro è la notizia del bando di gara con cui si punta a offrire in affitto più di 30 milioni di acri al largo delle Samoa Americane, secondo quanto previsto dal presidente Trump anche attraverso la controbversa pratica degli ordini esecutivi, in sostanza qualcosa di simile a un editto presidenziale per i casi di emergenza estrema (e diventato negli Usa quasi il metodo ordinario dell’amministrare, fuori dal perimetro della democrazia rappresentativa occidentale  per come l’abbiamo conosciuto).

Gli Usa si autoassegnano il diritto di usare i fondali oceanici

Ma questi interessi ormai guardano anche a superare confini che sono di tipo geografico: al di là, cioè, delle zone sulla quale in una qualche forma è riconosciuta la giurisidizione di Washington. Ad esempio, è arrivato proprio in queste ultime ore un annuncio importante della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), organismo statunitense che nella “geografiia” del governo americano ricade sotto il Dipartimento del Commercio. Ha accettato di esaminare la richiesta di autorizzazione per l’estrazione di noduli polimetallici dai fondali nella zona di Clarion Clipperton della quale abbiamo parlato.

Dov’è il problema? Principalmente uno: sulla base di quale titolarità può farlo, visto che quella zona in mezzo all’oceano non è in acque statunitensi. Oceano di nessuno? In realtà no, l’autorità che se ne occupa c’è ed è la Autorità Internazionale dei Fondali Marini (Isa) nata per iniziativa dell’Onu e con sede in Giamaica.

La Noaa, organismo statunitense, ritiene di essere legittimato ad agire dal “Deep Seabed Hard Mineral Resources Act”. E quale autorità o accordo internazionale l’ha stabilito? Nessuno. E’ solo una legge interna degli Stati Uniti firmata dal presidente Jimmy Carter quasi mezzo secolo fa: è stata  giustificata come una copertura giuridica transitoria così da consentire agli Usa di mettere le mani su eventuali risorse minerarie presenti su fondali marini anche non-Usa, ma l’idea voleva essere quella di arrivare a una intesa che avrebbe regolamentato a livello internazionale quest’aspetto. Diciamo una accelerazione “spintanea”, mettiamola così. In realtà, nel nuovo corso delle relazioni internazionali è diventato il grimaldello per autoassegnarsi sfere di competenza semplicemente dove più sono interessate le industrie americane, ovunque siano e comunque siano.

La parabola del portuale e la frittata da rimettere dentro il guscio

In concreto, mentre abbiamo tutti i giorni la nostra litania su Hormuz, gli Stati Uniti si sono autoaffidati una autorità di regolamentazione su attività e spazi geografici che, in base del diritto internazionale consolidato (Unclos e Isa), non potrebbero che essere in mano a autorità multilaterali legate all’Onu. Torna in campo la geopolitica, ma stavolta in un altro oceano: l’uso di una propria vecchia legge nazionale è utilizzato per dribblare quel poco di diritto internazionale del mare che c’è rimasto e mettere le mani sui minerali critici prima che la comunità internazionale riesca a darsi regole comuni. E una volta che hai lì gli impianti offshore della ditta statunitense assegnataria, cosa fai: la mandi via con una mail? La prendi a cannonate? Come diceva un vecchio portuale livornese: quando rompi le “ova”, puoi far solo una frittata ma se ci ripensi dovresti anche sapere come fare a rimetterle dentro il guscio, provaci…

D’altronde, Hormuz non è provincia di Chicago da qualche giorno? E comunque, visto che Pechino pensa di aver maturato crediti geopolitici da spendere, a Taiwan non dormono sonni tranquilli. Di più: queste sono le prove generali per quando comincerà davvero l’arraffa-arraffa nelle regioni polari: tanto per avvicinarsi, sulla Groenlandia Trump è assai meno matto di quanto cerchi lui stesso di far credere.

Mauro Zucchelli

Pubblicato il
21 Agosto 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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