«Sui fondi sfitti apriamo gli occhi sul rischio di sperimentazioni harakiri»
Confcommercio e Confesercenti: è in atto una desertificazione di negozi

Federico Pieragnoli, direttore generale della Confcommercio livornese
LIVORNO. Esiste un problema di “desertificazione commerciale”: a Livorno riguarda «ormai diverse zone della città»: c’è bisogno di «politiche capaci di tenere insieme rigenerazione urbana, attività economiche e qualità della vita», ben venga dunque il via a un confronto sulla questione dei fondi sfitti parola di Confcommercio e Confesercenti che scendono in campo insieme. Segnalano tanto l’una come l’altra che bisogna affrontare il problema dei locali vuoti puntando a «favorire il ritorno delle attività economiche e rendere nuovamente attrattivo investire nel commercio di vicinato». Di più: occorre dare «certezze anche ai proprietari», in tal senso vanno evitate «trasformazioni che possano rendere gli immobili più difficili da gestire o da riconvertire in futuro».
Alessio Giovarruscio, che di Confcommercio Livorno è responsabile sindacale, lo dice chiaro e tondo: «Per noi l’obiettivo prioritario deve essere quello di riportare attività economiche nei locali oggi vuoti. Soprattutto nelle zone che hanno maggiormente sofferto la perdita di negozi e servizi: dalle traverse di via Grande alle aree di piazza Venti Settembre e piazza Garibaldi. I fondi sfitti possono tornare a essere una risorsa per la città, favorendo il commercio di vicinato e contribuendo allo stesso tempo a rendere le strade più vive, frequentate e sicure».
Occhi puntati sul tema dei cambi di destinazione d’uso, dice l’esponente dell’organizzazione dei commercianti: occorre muoversi «all’interno di un quadro normativo chiaro e uniforme». Aggiungendo poi: «Conosciamo le competenze del Comune in materia di pianificazione urbanistica, ma questa materia incrocia diritto di proprietà, concorrenza e ricettività, per cui soluzioni locali frammentate corrono il rischio di creare incertezza e contenziosi».
Giovarruscio segnala che il Comune può contare già su strumenti importanti: Confcommercio propone di «lavorare su agevolazioni riguardanti Tari e Imu per favorire l’affitto dei locali a canoni sostenibili, sulla creazione di una mappatura dei fondi sfitti e su strumenti che facilitino “temporary shop” e utilizzi temporanei degli spazi». A tutto questo potrebbero affiancarsi – viene sottolineato – «bandi mirati per le aree commerciali maggiormente in difficoltà». Per parte sua Confcommercio dà la disponibilità a «proseguire il confronto con l’amministrazione e con tutte le realtà coinvolte, partendo da proposte concrete e dall’obiettivo comune di riportare imprese, servizi e vitalità nelle strade della città».

Alessandro Ciapini, direttore di Confesercenti di Livorno
Sulla analoga lunghezza d’onda Confesercenti: non risparmia perplessità relativamente alla possibilità di «sottrarre fondi alla loro funzione commerciale per trasformarli in abitazioni o destinarli agli affitti brevi». Jacopo Simoncini, che in casa Confesercenti è responsabile dell’area sindacale livornese, ricorda che la città labronica «già deve fare i conti con la desertificazione commerciale: ridurre ulteriormente il patrimonio destinato alle attività economiche rischia di andare nella direzione opposta rispetto alla rigenerazione urbana». Come dire: significa «perdere vetrine, presidi e funzioni capaci di mantenere vive le strade, senza avere la certezza che la trasformazione in abitativo o in affitti brevi produca benefici per il commercio di vicinato».
Confesercenti mette l’accento su un aspetto: è indispensabile «distinguere chiaramente tra attività ricettive e affitti brevi». La questione viene posta così: «Convertire un fondo commerciale per destinarlo agli affitti brevi significa trasformarlo in abitazione e può creare zone grigie difficili da controllare. Non possiamo neppure dare per scontato che questi immobili siano utilizzati da turisti o che generino automaticamente nuova domanda per negozi e pubblici esercizi».
A giudizio di Simoncini esiste poi anche «un problema di equilibrio tra le diverse funzioni urbane»: un aumento della componente abitativa in aree già fragili può comportare «maggiori esigenze in termini di traffico, servizi e rifiuti, mentre diminuiscono gli spazi destinati alle attività economiche». Da tradurre così: «Senza un piano integrato non c’è alcuna garanzia che questa operazione produca vera rigenerazione. C’è inoltre il rischio che una sperimentazione apra la strada a richieste analoghe in altre zone della città, con un progressivo impoverimento del tessuto commerciale».











