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REFERENDUM LAVORATORI

Contratto metalmeccanici, in provincia di Livorno 2.820 sì su 2.921 votanti

Braccini (Fiom): la strada giusta è la contrattazione, non il Far West

Corteo operaio dei metalmeccanici

LIVORNO. L’esito del referendum fra i lavoratori sul rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici firmato da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil con Federmeccanica e Assistal «parla da solo», come dicono dal quartier generale labronico della Camera del lavoro: in provincia di Livorno 2.921 lavoratrici e lavoratori hanno partecipato, si sono registrati 2.820 sì, 85 no, 14 bianche, 2 nulle.

«È la riprova che la competitività non si costruisce comprimendo i diritti, ma rafforzando il contratto nazionale, redistribuendo salario, regolando orari e organizzazione del lavoro»: parola di Massimo Braccini, segretario generale della Fiom livornese: in direzione ostinata e contraria rispetto ai venti che soffiano dall’Europa con «le pressioni esercitate da BusinessEurope sulla Commissione europea per rendere più “flessibili” le direttive sociali». Aggiungendo poi: «Dietro la parola “semplificazione” si intravede un’idea precisa: più ore lavorate, meno rigidità normative, meno vincoli per le imprese».

È «un consenso larghissimo», peraltro maturato «dentro un contesto difficile, con ammortizzatori sociali che interessano circa 3mila lavoratori sul territorio». Eppure, «nonostante la cassa integrazione, le incertezze produttive e le transizioni ancora aperte – dice Braccini – quasi tremila persone hanno scelto di partecipare e di esprimersi. Questo è il punto politico: la strada della contrattazione, non della deregolazione».

Per il sindacato «non siamo di fronte a innovazione» se «l’orario diventa una variabile da estendere senza adeguate compensazioni e i riposi vengono vissuti come un ostacolo»: semmai è nient’altro che «una redistribuzione del potere a favore dell’impresa». Fra i modelli che la Fiom non vuole imitare ci sono le riforme di Milei in Argentina che puntano apertamente a togliere regole al mercato del lavoro e a ridimensionare la contrattazione collettiva. Altolà anche al mercato del lavoro in stile Stati Uniti, «storicamente molto più deregolato rispetto a quello europeo: minori tutele contro il licenziamento, copertura contrattuale più bassa, forte discrezionalità aziendale». Per Braccini ha «prodotto dinamismo, ma anche profonde diseguaglianze e forte instabilità sociale»: meglio non farsi incantare – dice – da scorciatoie che scaricano i costi sulle persone».

Pubblicato il
24 Febbraio 2026

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