Dimissioni chieste a Nerli per il suo rinvio a giudizio?

Ma il presidente di Assoporti ritiene che non ci siano motivi per farsi da parte – Atteso anche un pronunciamento del ministro delle Infrastrutture

Francesco Nerli

NAPOLI – Hanno parlato di “bomba ad orologeria”. Ma è indubbio che il rinvio a giudizio del presidente di Assoporti Francesco Nerli con l’accusa di concussione aggravata in merito ai fatti che – più o meno collegati – già lo spinsero a dimettersi dalla Port Authority di Napoli, è un’altra spallata contro l’ex senatore del Pci. Il quale contesta con durezza le accuse, sostiene di aver solo svolto un legittimo ruolo di iscritto al Pd partecipando a qualche cena elettorale, e rifiuta – almeno ad oggi – qualsiasi ipotesi di autosospensione o di dimissioni dalla presidenza di Assoporti. Dimissioni che da parte sua furono già proposte a suo tempo, quando cominciò la vicenda, ma che furono respinte all’unanimità dal comitato di presidenza di Assoporti.

Quali siano le accuse alla base del rinvio a giudizio è scritto nell’atto: aver sollecitato in modo diretto o indiretto elargizioni volontarie da parte di imprenditori portuali per le campagne elettorali del suo partito.

E proprio sulla volontarietà di quelle elargizioni, peraltro regolarmente registrate nei bilanci delle imprese, si gioca la difesa di Nerli. Insieme al fatto che fino ad oggi nessuna delle imprese – e nemmeno l’Autorità Portuale di Napoli – si sia costituita parte civile, ovvero si sia dichiarata danneggiata. Fino ad oggi. Perché sembra di capire che gli interrogatori da parte della pubblica accusa siano ancora in corso e i loro sviluppi potrebbero portare anche a novità. Sempre secondo l’accusa, è certo che “i soggetti che corrisposero i finanziamenti operavano nel porto di Napoli attraverso un rapporto di natura concessoria o di altra prestazione d’opera verso la committente Autorità Portuale, quindi in una particolare situazione di soggezione di fronte a chi richiedeva siffatte contribuzioni”. E in conclusione ci sarebbe stata “una indebita commistione tra funzioni pubbliche e attivismo partitico”. Al che Nerli ha già risposto sulla stampa locale che “se passasse questo concetto nessun funzionario pubblico potrebbe chiedere, come ho fatto io, di partecipare a una cena elettorale”. In sostanza: esercitare il diritto politico e partitico di appartenenza non può essere considerato reato.

Come sempre, ci si aspetta che i tempi della giustizia saranno lunghi. E ci si chiede se Assoporti dovrà e potrà rimanere con un presidente rinviato a giudizio per concussione. Da una parte Assoporti è una libera associazione – sia pure di pubbliche istituzioni come le Autorità Portuali – e quindi può decidere di confermare la fiducia al suo presidente, che potrebbe anche essere assolto dalle accuse. Dall’altra si sostiene che il ruolo di Assoporti imporrebbe a Nerli – e nel caso anche al ministro di chiederglielo – di fare un passo indietro.

Su queste possibilità Assoporti stessa si sta interrogando. E le prossime ore potrebbero dare risposte non interlocutorie; facendo salvo il principio che fino a quando non c’è una condanna definitiva, ogni cittadino va considerato innocente e gli va salvaguardata dignità e considerazione.

A.F.

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