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Il Paese che non abbiamo sognato

MILANO – Scrive Ciampi, presidente emerito della Repubblica nonché livornese più o meno DOC (ma lui non ci tiene, forse giustamente): “Questo non è il paese che sognavo”.

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Lo scrive nel libro-fiume presentato in gran spolvero in questi giorni che è un’intervista di Orioli al mostro sacro della storia repubblicana italiana. E verrebbe da commentare, se Ciampi accettasse ancora il sarcasmo labronico: “Nemmeno quello che sognavamo noi”. Ma ovvio: De minimis non curat Praetor, figuriamoci. Solo che forse, per com’è il Paese, noi abbiamo qualche colpa di meno.

Chissà perché, quando la Storia è poco chiara, tutti cercano di interpretarla con le massime, i ricordi, le sentenze, magari le battute dei “grandi”. Anche le più banali, che sembrano scolpite nelle Tavole della Legge.

Che il presidente emerito non sia più nel fiore degli anni è una questione nota e l’anagrafe fa fede. Non per questo il suo giudizio va preso sottogamba: alzi la mano chi non aveva sognato – nel piccolo o nel grande – un Paese diverso. Il problema non è più sognare: è farlo, un Paese diverso. E qui casca, modestamente, l’asino. A cominciare dal piccolo, cioè da tutti i (faticosi) momenti della nostra giornata.

Il gabbiere

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Pubblicato il
30 Ottobre 2010

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