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La grande sfida dei bacini di carenaggio

Da Napoli a Genova, da La Spezia a Livorno, tutte le principali iniziative del settore

Nella foto (Scovavento): il bacino da 350 metri e a fianco quello galleggiante da 180 metri.

NAPOLI – La guerra dei bacini di carenaggio nei porti italiani sta combattendosi a tutti i livelli, con coinvolgimenti in particolare degli scali del Tirreno.

A Napoli, dove esiste una consolidata tradizione di riparazioni navali, siamo all’ultima fase dei ricorsi al Tar tra Nuova Meccanica Navale e Palumbo per le autorizzazioni sul nuovo bacino galleggiante da 300 metri, richiesto dai riparatori navali su sollecitazione anche degli armatori. E’ di questi giorni anche la conferma – sottolineata dalla stessa Autorità Portuale di Napoli – che la stessa MSC avrebbe garantito a un eventuale bacino di carenaggio di dimensioni adeguate – e ovviamente superiori a quelle dei bacini già esistenti – la manutenzione di oltre 300 navi all’anno della sua grande flotta.

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Un impegno che, trattandosi della prima compagnia del Mediterraneo per le crociere e della seconda al mondo per le navi contenitori, ha ovviamente il suo peso. Ad oggi uno dei più importanti operatori nel comparto delle grandi riparazioni, il napoletano Palumbo, ha a disposizione i bacini di Messina e di Malta: ma ovviamente il suo interesse è proprio su Napoli, anche per “agganciare” le prospettive offerte e sollecitate da MSC.

La guerra dei bacini non riguarda comunque solo Napoli. Sono note le vicende di Genova, altro importante centro di riparazioni navali, dove la “sesta vasca” è da tempo un’aspirazione che deve attualmente fare i conti con i tagli della “manovra” agli interventi dello Stato, ma anche impegni che coinvolgono la sorte delle tante aziende lasciate quasi orfane dalla caduta delle commesse a Fincantieri.

A La Spezia il porto conta a sua volta in un utilizzo “civile” dei bacini dell’arsenale militare, di dimensioni più ridotte ma con crescente disponibilità verso il mercato anche per far fronte alle spese di manutenzione degli impianti che la Marina Militare ha crescenti difficoltà a sopportare.

Poi c’è la storia del super-bacino di carenaggio di Livorno (nella foto) un complesso da 350 metri, cioè il terzo del Mediterraneo, praticamente in disarmo da anni e da rimettere in funzione con una spesa valutata in 15/20 milioni di euro; e del suo impianto complementare, il bacino galleggiate da 180 metri “Mediterraneo” che ad anni dalla consegna non è stato ancora collaudato per la sua portata massima di progetto.

Una situazione che molti a Livorno giudicano scandalosa, che ha provocato anche l’intervento della magistratura (il bacino è stato posto sotto sequestro giudiziario per un certo periodo a causa delle carenze della sicurezza) e che è ad oggi ancora sotto valutazione da parte dell’Autorità Portuale, che sembra disposta a rilanciarlo malgrado i problemi economici (costo dell’operazione) e la manifesta incompatibilità con i programmi residenziali e turistico-portuali della vicina “Porta a Mare”.

Quest’ultima incompatibilità tuttavia sembra venuta meno, almeno in parte, dalle indiscrezioni che danno per molto probabile il ridimensionamento della “Porta a mare” proprio nell’area del Mediceo sottovento al bacino di carenaggio. Un ridimensionamento di cui si parla molto negli uffici delle istituzioni territoriali e dell’Autorità Portuale, anche se al momento non c’è stata alcuna presa di posizione ufficiale. Ma che potrebbe aiutare a rivitalizzare il “bacinone” ammesso che si trovassero i 20 milioni necessari; in loco, ma anche – e qualcuno sembra essersi fatto avanti – anche da foravia, previa compartecipazione alla gestione.

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Pubblicato il
14 Dicembre 2011

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