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Relitto della “Concordia” i tanti dubbi sul recupero

ISOLA DEL GIGLIO – Spenti i riflettori dei media mondiali sulla tragedia della Costa Concordia, è cominciata adesso la fase più difficile, più rischiosa e con le maggiori incognite: quella per riportare in galleggiamento l’enorme relitto e quindi rimorchiarlo via. Integro, come prevede la gara vinta da Titan & Micoperi. Dove, non si è ancora ben capito: perché dipenderà dagli accordi intercorsi tra i recuperatori, la Costa Crociere e – secondo le voci che circolano – da Fincantieri.

Rimettere a galla pressoché integro un immenso relitto che già ha dato evidenti segni di collasso sarà una prova da far tremare i polsi. E se i 300 e oltre metri della Concordia dovessero spezzarsi durante il tentativo, o scivolare nell’abisso sulla cui cresta sono piantati in modo relativamente instabile, non ne risentirebbe solo il prestigio di Titan C. ma diventerebbe a rischio l’intera missione di salvare dall’inquinamento l’isola del Giglio, l’Argentario e metà del Santuario dei Catacei.

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Ecco perché su tutto vigila Castalia-Ecolmar, che con i mezzi della Guardia Costiera ha da tempo disteso un cordone “sanitario” intorno al relitto, con l’obiettivo di contenere eventuali perdite inquinanti. Perché il relitto, sia pure svuotato con brillante operazione da Neri & Smit da quasi tutto il fuel, è ancora una bomba ecologica di liquidi inquinanti, di materiali d’arredo e di impiantistica altrettanto inquinanti, di migliaia e migliaia di oggetti che si spargerebbero sui fondali o finirebbero galleggiando in costa. Anche il sistema proposto per raddrizzare lo scafo e rimetterlo in galleggiamento da adito secondo alcuni tecnici a qualche preoccupazione: “caricare” infatti la fiancata emersa di un enorme contenitore da riempire d’acqua per favorirne la rotazione, potrebbe invece creare un vettore di torsione che favorirebbe lo spezzarsi dello scafo, già fortemente compromesso.

Rimane anche da capire, ammesso che l’operazione galleggiamento riesca e il relitto rimanga intero (si stanno attualmente tagliando solo alcune sovrastrutture che potrebbero collassare con pericolo dei recuperatori) dove potrà essere rimorchiato. L’ipotesi tanto strombazzata di portarlo a Livorno, utilizzando il superbacino di carenaggio, è velocemente caduta nel silenzio. Il superbacino sarebbe in effetti la struttura più vicina, e quindi con meno rischi di perdere il relitto durante il trasferimento: ma è anche una non – struttura, nel senso che oggi non è in grado di funzionare, ha una soglia di pescaggio incompatibile con il relitto, e richiederebbe mesi e mesi di approntamento. Di cui si è smesso anche di parlare. Per di più l’Autorità portuale ha ammesso che non è stato ancora definito il riuso del bacino: refitting e grandi yachts (come chiede Benetti) o riparazioni navali? Solo in quest’ultimo caso avrebbe senso l’operazione Concordia: ma è quasi certo che ormai si sia fuori tempo massimo.

Negli ambienti specializzati si parla sempre di più invece, del superbacino di Palermo. Più lontano di quello di Livorno, ma operativo e prima di tutto gestito da Fincantieri, che è anche il costruttore di Costa Concordia. Non ultima considerazione, Fincantieri è in crisi e il lavoro di smantellamento del relitto della Concordia assicurerebbe una boccata d’ossigeno importante. Tanto che in molti sostengono che al progetto vincitore del recupero (Titan+Micoperi) avrebbe dato più di una mano proprio Fincantieri, forte dei piani di costruzione della nave e più che interessata alla parte finale dell’operazione.

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Pubblicato il
27 Giugno 2012

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