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Sull’Ilva la salute e il lavoro

LIVORNO – Faccio subito una (doverosa) premessa: i grandi temi dell’Ilva di Taranto e in particolare lo scontro tra governo nazionale e magistratura sul riavvio della produzione dell’acciaio, non sono di competenza di questo giornale e tanto meno di chi scrive.
[hidepost]Però un’opinione mi sento di esprimerla: anche perché il braccio di ferro tra governo e magistratura sembrava dovesse continuare almeno sul blocco delle migliaia di tonnellate di acciaio prodotte dall’Ilva e stivate nel porto di Taranto, con il doppio effetto di ingombrare i piazzali, di aggiungere spese alla produzione, di mettere in crisi il porto e di togliere ossigeno anche a chi questi acciai attende da tempo per sopravvivere a sua volta alla forte concorrenza straniera (vedi le acciaierie italiane in particolare di Genova).
Dicevo più sopra: non mi sento competente in materia. Né mi sento di dare giudizi sulla legittimità dell’intervento della magistratura, che certamente ha seguito la legge nel tentativo di eliminare un vero pericolo per la salute della gente, dentro e fuori lo stabilimento.
Tutto ciò premesso, non posso non esprimere qualche dubbio su interventi così devastanti per il mondo del lavoro, non solo di Taranto, specie in momenti come questi in cui il paese attraversa una delle più pesanti crisi del dopoguerra, con migliaia di disoccupati e la concreta previsione di altri posti di lavoro che salteranno a breve. La tutela della salute è importante, anzi determinante: ma qualche ragione ce l’ha anche quel gruppo di operai dell’Ilva che manifestando nei giorni scorsi inalberava un cartello in cui, ringraziando ironicamente i magistrati, era scritto che “moriremo di fame, ma moriremo sani”. Demagogia sindacale, demagogia irresponsabile, disperazione?
C’è da dire che in questo nostro sciagurato e pur amatissimo Paese, la tutela della salute pubblica sembra interessare a chi di dovere solo a macchia di leopardo. Si mobilitano movimenti popolari con tanto di comitati per dei bidoni di catalizzatori caduti in mare a cento chilometri dalle nostre coste – e su fondali pressoché inaccessibili – ma si chiudono entrambi gli occhi per inquinamenti ben più disastrosi, quelli generati dai voli aerei sulle nostre città, o dai fumi delle navi commerciali che tengono accesi i motori (e i relativi scarichi) anche in banchina, o ancora dalle fogne a cielo aperto che condizionano pure oggi tanti insediamenti urbani affacciati sul mare. Per non parlare delle migliaia e migliaia di discariche abusive con gli inquinanti più pericolosi: dai pesticidi agli idrocarburi che colano sulle falde acquifere, dai metalli pesanti all’amianto, dalle plastiche alle diossine.
Ci siamo affannati a definire i siti SIN sui porti, ma solo per creare ulteriori e pesantissimi vincoli agli imprenditori che vi operano, ben guardandosi lo Stato in tutti e tre i suoi poteri – come recitava Montesqueu quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario – di intervenire per cancellarli e cancellarne  le pesanti ricadute sulla salute dei cittadini. E così via.
Mi direte che bene hanno fatto i magistrati di Taranto sull’Ilva, perché da qualche parte, se vogliamo davvero tutelare la salute della gente, bisognerà pur cominciare. Può anche essere un’opinione ragionevole: ma se l’alternativa a una futura e auspicata bonifica per la salute pubblica dev’essere la perdita del lavoro di migliaia e migliaia di famiglie, forse potrebbero e dovrebbero essere altri gli interventi. Che la gente muoia di fame, ma non più inquinata, non ci sembra una bella soluzione.
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
19 Dicembre 2012

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