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Riforma: riformare i riformatori?

ROMA – C’è un vantaggio nel vedere le cose dalla periferia: quello di essere meno coinvolti in diretta nei giochi di potere, di compromesso e dei vari “cerchi magici”. Malgrado ciò, lo spettacolo che si assiste ormai da qualche tempo nel commissariamento delle varie Autorità portuali che scadono, difficilmente può essere capito anche dalla periferia.
[hidepost]Prendiamo Genova, Caput Mundi almeno della portualità italiana. Nell’ultima ora dell’ultimo giorno della scadenza – annunciata da mesi – di Luigi Merlo dalla presidenza, il ministro Delrio ha comunicato il nome del commissario: il contrammiraglio (Cp) Giovanni Pettorino, neo direttore marittimo della Liguria. Scelta legittima, sotto molti aspetti anche condivisibile perché Pettorino è bravo e specialmente perché ha tagliato la strada al pollaio dei tanti politici o pseudo-esperti che sgomitavano per il posto di Merlo. Ma c’era bisogno di aspettare l’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno? Eppure il ministro per primo continua a predicare che i porti italiani devono diventare imprese, vanno gestiti come aziende. E’ questa la strada?
Aggiungo anche una altrettanto personale considerazione, da vecchio cronista della portualità. Delrio è andato personalmente a Genova a salutare Merlo, facendo capire di volerlo nel suo staff (o comunque al suo fianco) per completare l’iter della riforma. Tutto bene, Luigi Merlo non è un quaquaraqua nei porti e s’è fatto un’esperienza non da poco in quello che gli stessi genovesi definiscono a volte “un covo di vipere”. Però Merlo è anche colui che, insieme all’altro iconoclasta Di Marco (Ravenna) ha sbattuto l’uscio di Assoporti, contestandone la linea proprio sulla riforma. Che vuol dire? Forse voi saprete leggerla in modo diverso, ma a me sembra un pasticcio.
E a proposito di pasticci, in periferia ne è maturato un altro. Abbiamo scritto che il comitato portuale dell’Authority di Livorno ha approvato all’unanimità (assente il sindaco 5 stelle: ma ormai è diventata norma) la proposta di Giuliano Gallanti di confermare Massimo Provinciali alla segreteria generale per 7 mesi (i sei mesi del commissariamento più un altro mese per dar modo all’eventuale nuovo presidente – o nuovo commissario – di scegliere senza il fiato sul collo). La decisione di Gallanti – i 7 mesi – è stata concordata con il ministero. Ma il sindaco revisore dell’Authority l’ha contestata, sostenendo che la legge non ha di queste elasticità: o si nomina per 4 anni o niente. Morale: quesito al ministero e nuovo pasticciaccio brutto, perché ora Provinciali è, dantescamente parlando, “Tra color che son sospesi”. E chissà con quale amara riserva lavorerà finché non sarà sciolto anche questo ennesimo nodo. Creato da una riforma che – viene il sospetto – per funzionare dovrebbe prima di tutto riformare i riformatori e il loro metodo.
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
25 Novembre 2015

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