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Centri “Stella Maris” per il Welfare del Mare

GENOVA – Nel nuovo anno ci saranno tantissime ricorrenze di tanti eventi: ma qui vogliamo ricordare a tutti noi che lavoriamo con il mare un anniversario particolare. Cento anni fa infatti, il 4 ottobre 1920 fu fondato a Glasgow l’apostolato dei marittimi con l’idea di organizzare visite a bordo delle navi da parte delle parrocchie rivierasche. In questi anni si è avuta sempre più coscienza che le persone imbarcate avessero bisogno di sentirsi accolte nei luoghi in cui approdavano, e per questo i volontari hanno cercato di creare un ambiente favorevole sia dal punto di vista spirituale che materiale.

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Nel tempo al termine apostolato del mare si è sostituito quello di Stella Maris che ad oggi sono in circa 260 diversi porti dei 5 continenti che ospitano associazioni così chiamate. In Italia i centri sono raggruppati in una Federazione che ha sede a Genova e attraverso questa sono rappresentati nel Comitato Nazionale del Welfare della gente di mare (il cui presidente è attualmente l’ammiraglio Pettorino), comitato che fu voluto dal compianto ammiraglio Pollastrini, anche in ottemperanza della convezione sul lavoro marittimo MLC2006 dell’ILO. La Federazione lavora di concerto con la CEI (Don Bruno Bignami, responsabile della Pastorale dei problemi sociali del lavoro). Quest’ultima contribuisce per esempio al progetto delle NEWS ON BOARD, un bollettino quotidiano che informa i marittimi delle varie nazionalità su quanto accade nel mondo e nei paesi di provenienza.

E analogamente a quanto succede a livello di Comitato Welfare Nazionale, così anche nei Comitati Welfare Locali le associazioni Stella Maris diventano in un certo qual modo il braccio operativo dei comitati welfare locali.

Ma cosa significa per un porto avere un centro Stella Maris? In prima battuta essere conforme ad una parte della normative MLC2006, che prevede la possibilità per i marittimi di entrare a contatto con il territorio e le sue strutture, ma soprattutto i centri diventano un punto di riferimento per tutti marittimi e pescatori che si trovano di passaggio in quel porto. In pratica avere la possibilità per migliaia di marittimi provenienti da tutto il mondo che arrivano nei porti di avere una casa lontano da casa dove incontrare persone accoglienti che possono dare una mano in semplici faccende quotidiane che diventano complicate non conoscendo la lingua e la città, ma dove ci sono persone che nei momenti di difficoltà, come per esempio i ricoveri in ospedale, di fatto si sostituiscono alle famiglie lontane. Importantissime sono anche le visite a bordo che permettono di essere direttamente a contatto con le esigenze e le necessità dei marittimi e di riuscire a ‘dare una mano’ in tempi rapidi adeguati alla sempre maggiore velocità delle operazioni commerciali e al sempre minor tempo di permanenze nel porto.

Importante è anche la rete tra i volontari dei porti che in qualche modo segue il percorso dei marittimi in difficoltà e se ne prende cura. Una figura fondamentale nei centri è il cappellano che è sempre pronto a dare supporto agli equipaggi sia in maniera individuale con la confessione sia celebrando la Santa Messa o anche portando una benedizione a bordo. Ma ritornando per un attimo ai marittimi, chi sono queste persone che dimentichiamo esistano concentrati come siamo sul mezzo di trasporto? Persone che lasciano per mesi le loro famiglie per andare a lavorare e a vivere a bordo delle navi con altri lavoratori quasi sempre tutti sconosciuti e spesso di nazionalità ed etnie diverse, dove la comunicazione giocoforza non è semplice. La limitatezza degli spazi e il clima spessissimo estremo complicano ancora di più i rapporti interpersonali. Ma sono persone a cui dobbiamo la nostra riconoscenza perché sottoponendosi ad una vita indubbiamente sacrificata ci permettono di avere tutto ciò che ci serve a portata di mano, visto che almeno l’80% di quanto utilizziamo viene trasportato via mare.

Antonia Autuori

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Pubblicato il
21 Dicembre 2019

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