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IN MEMORIA

In ricordo di Franco Carnieri, cronista, a cinque anni dalla scomparsa

Il cronista Franco Carnieri al centlro della foto fra Vittorio Cioni, ex segretario Cgil ed ex consigliere regionale, e Bino Raugi, ex sindaco di Livorno e presidente dell’Anpi

LIVORNO. Cinque anni da quando se n’è andato sull’altra sponda del fiume Franco Carnieri, in quella stessa estate in cui Livorno provava a far memoria del proprio museo di arte progressiva che ci tirava fuori dall’alveo della tradizione post-post-postmacchiaiola. Anche lui aveva camminato fuori dal solco già disegnato: dall’eredità del mestiere familiare di maestro d’ascia, aveva conservato l’idea dell’artigianalità e della materialità del lavoro. Poche parole, anche se aveva scelto un mestiere fatto di parole: prima di ritrovarmelo compagno di banco come cronista al “Tirreno” per lunghi anni, era stato a “Paese sera” e poi alla “Nazione”.

Un mestiere di parole ma guai se diventavano chiacchiere o ciance: non immaginatevelo però musone, al contrario, ma d’una serietà di comunista, avrebbe detto lui, che aveva saputo spalancare il cervello anche alle suggestioni dell’analisi e del cercare di capire il guazzabuglio che c’è dentro di noi, anche nelle migliori intenzioni. Del resto, non era stato uno dei protagonisti della “beffa del secolo”, ben prima che ci pensassero i “burloni di Modì”? Anno 1969, protagonisti lui e un gruppo di fegatacci negli anni delle proteste contro la guerra nel Vietnam e il napalm sui vietcong.

Ecco cos’era successo, lo racconta lui (qui il link all’articolo di Carnieri sul “Tirreno”): ma per convincerlo a scriverlo c’era voluto del bello e del buono perché mettere in vetrina l’”io” era la cosa che detestava di più (e come vedete non c’è riferimento a sé ma come se fosse una cosa altrui). «Una medaglia realizzata col metallo di uno degli aerei Usa abbattuti nei cieli del Viet Nam del Nord devastato dai bombardamenti a tappeto comandati da Nixon. Fu consegnata da una delegazione vietnamita a un gruppetto di portuali livornesi che nel giorno del funerale di Ho Ci Min (morto il 3 settembre 1969), salirono a bordo di una nave americana attraccata nello scalo labronico, ed ammainarono la bandiera al posto della quale issarono quella del Viet Nam del Nord. Un’azione spericolata di sapore gappista (gruppi d’azione partigiana durante la Resistenza), che ebbe un’eco nazionale e fu assunta in Viet Nam come un esempio “militante” di solidarietà internazionale».

Sembra di parlare della preistoria, oggi che l’iniziativa politica è un tweet. Mi ha consegnato due lasciti. L’uno è l’idea che «non solo non vai a chiedere soldi ma nemmeno lasci che te li infilino cortesemente in tasca facendo finta di nulla» perché «l’onestà e la dirittura non hanno prezzo: prenditi il lusso di sbagliare perché sbagli tu». L’altro è un oggetto materiale com’era la chiave inglese per mio padre tuta blu metalmeccanico con un vanto operaista del proprio sapere manuale: è un calibro, uno strumento che serve a valutare anche misure minimissime, perché non bisogna farsi prendere dalla tentazione di passare dalla materialità della produzione alle ciance cangianti dei discorsi a vanvera.

Mi faccio in disparte e lascio la fisarmonica del ricordo ad altri. Ad esempio, a Beppe Mascambruno, collega ex “Nazione”, che ne ricorda il breve periodo alla “Nazione”, dopo che i vertici del Pci avevano chiuso “Paese Sera”. Così nel suo ricordo su GiornalistiItalia: «Di Franco, del suo ineguagliabile stile, del suo meraviglioso donarsi agli altri, mi resta un segno tangibile e carico di significato che custodisco come una delle “cose” più importanti della mia vita: una macchina da scrivere “Olivetti 32” che Franco mi prestò per sostenere l’esame di stato a Roma che, nel dicembre del 1980, dette sostanza al sogno che inseguivo sin dall’adolescenza: l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti professionisti. Quando tornai, felice come una pasqua a Livorno, Franco mi accolse con un sorriso che aveva una meravigliosa luce paterna. E, quando gli porsi la preziosa valigetta verde pisello che conteneva la sua “Olivetti 32”, lui mi disse di tenerla. Era il suo regalo per la prova superata. E il benvenuto in un mondo di valori che facevano di Franco una persona assolutamente fuori dal comune».

L’altro a cui mi affido è il poeta Franco Marcoaldi, questa è una sorta di prosecuzione dei versi che Pio Gianelli lesse in occasione del funerale. Mi sembrano quasi un preghiera laica.

Forse cerchiamo fratelli di sangue
nei posti sbagliati. Forse
ci è familiare soltanto
chi ci è veramente straniero –
perché nel frattempo, e senza
saperlo, siamo diventati
stranieri a noi stessi
e parliamo una lingua
che nemmeno capiamo,
mentre squarci improvvisi
di vero si aprono quando
muti restiamo davanti
all’arcano assieme a fortuiti
compagni di viaggio
.

Nell’ultimo atto però mi riprendo il pallino. Ma solo per un momento: qui metto il link a una raccolta di articoli di Franco che avevo realizzato per Il Tirreno in occasione del primo anniversario della sua scomparsa. È il modo con cui ha raccontato, con i passettini della cronaca quotidiana di un giornale locale, la trasformazione dell’economia livornese al trapasso fra la Grande Industria che c’era, la ristrutturazione aziendale arrivata in ritardo e dunque poi più brusca, la Fiat che fa man bassa e poi sparisce d’un  colpo, lo sbarco delle multinazionali.

Mauro Zucchelli

Pubblicato il
2 Agosto 2025
di MAURO ZUCCHELLI

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