Egitto-Etiopia: la guerra dell’acqua si sposta verso i porti

Una parte del porto di Berbera, nel territorio del Somaliland
La tensione fra due dei giganti del Corno d’Africa, Egitto ed Etiopia, non accenna a fermarsi. Al centro della disputa si trova il mare, con tutta la sua importanza strategica e commerciale. La miccia è stata accesa dall’Etiopia: con la costruzione (ormai terminata nel 2025, e iniziata nel lontano 2011) della Grande Diga della Rinascita sul Nilo Azzurro, a circa 15 Km dal confine col Sudan – e una potenza di 5.150 megawatt (la più grande centrale idroelettrica d’Africa) con previsione di raggiungere i 13mila megawatt nel 2028 – costituisce una minaccia per l’Egitto, che teme una drastica riduzione della propria disponibilità di acqua.
L’Egitto ha cercato di dimostrare come il ridotto afflusso di acqua comporterà sicuramente una crisi agricola nel Paese, con conseguente riduzione dell’occupazione nel comparto e aggravamento delle tensioni sociali. Tali preoccupazioni sono state messe nero su bianco anche da uno studio dell’University of Southern California, mettendo ulteriore pepe su una disputa che, nelle ultime settimane, si è spostata dalla diga ai porti.
L’Egitto, vera potenza regionale dell’area, ha aperto un dialogo per lo sviluppo portuale in due Paesi tradizionalmente certo non amici dell’Etiopia: Eritrea (che impedisce lo sbocco al mare dell’Etiopia, da cui ha ottenuto l’indipendenza nel 1993) e Gibuti. In particolare, i porti su cui l’Egitto sta puntando le proprie carte sono quello di Assab (Eritrea) e quello di Doraleh (Gibuti).
Il porto di Assab gestiva, fino al 1993, il 90% dei traffici marittimi etiopi, ospitando l’unica raffineria di petrolio di Adis Abeba. Dal momento dell’ottenimento dell’indipendenza di Asmara, l’Etiopia ha dirottato verso Gibuti i propri commerci marittimi. Gibuti è un paese di circa 23mila chilometri quadrati e un milione di abitanti, in cui si concentrano, grazie alla sua posizione strategica sullo Stretto di Bab el-Mandeb, una serie di basi militari di diversi paesi, fra cui Stati Uniti, Francia (base navale e base aerea), Cina (con la sua prima base militare permanente all’estero), Giappone e Italia.
L’obiettivo dichiarato da parte dell’Egitto nello sviluppare ulteriormente il porto di Doraleh è ospitare sempre più navi battenti bandiera egiziana. L’obiettivo occulto, invece, è mettere pressione all’Etiopia sul piano marittimo-portuale rispetto a quello che oggi deve essere considerato come il principale porto di riferimento per Adis Abeba.
Di fronte a questo scenario per niente rassicurante, anche il governo di Adis Abeba, annusata l’aria, si è premunito: nel 2024 l’Etiopia ha firmato un “MoU” (memorandum di intesa) col governo della Somaliland, lo stato ancora non ufficialmente riconosciuto a livello internazionale, ma che pochi giorni fa ha avuto il riconoscimento da parte di Israele. In questo “MoU”, l’Etiopia si è impegnata a riconoscere, in un futuro prossimo, la Somaliland come stato indipendente, mentre la Somaliland ha affittato 20 chilometri della propria costa sul Mar Rosso per 50 anni all’Etiopia, secondo quanto confermato anche dal presidente della Somaliland, Muse Bihi Abdi. Presso il porto di Berbera l’Etiopia costruirà una base militare, avendo accesso pieno al rispettivo porto.
Le Nazioni Unite avevano condannato l’accordo, sottolineando la necessità di rispettare l’integrità territoriale della Somalia. Tuttavia, le ambizioni etiopiche di diventare la potenza regionale dell’area si stanno scontrando con la reazione dell’Egitto, che sta trovando nell’alleanza con forte valenza marittimo-portuale con Gibuti ed Eritrea una delle armi centrali per contenere l’ascesa del governo etiopico del primo ministro Abyi Ahmed Aly. A quel punto, l’Etiopia ha rotto gli indugi, sfidando tutta la comunità internazionale, Unione Africana compresa, al fine di tutelare i propri interessi marittimo-portuali, da cui dipende gran parte del futuro di questo Paese.
Luca Bussotti
(professore ordinario visitante, Universidade Federal do Espírito Santo, Vitória, Brasile; Universidade Técnica de Moçambique, Maputo, Mozambico)











