Salario minimo (ma anche massimo), così si riducono le disuguaglianze
Un team di studiosi pisani: si può intervenire senza frenare la crescita

Operaio al lavoro in un cantiere
PISA. Finora la discussione è stata tutt’al più sul salario minimo: un team di studiosi pisani ha utilizzato un modello differente e hanno provato a simulare una regolazione complessiva dei salari per vedere cosa avviene nel caso sia introdotto non solo un limite minimo ma anche uno massimo. Risultato: possono essere «ridotte le disuguaglianze senza compromettere occupazione e crescita». Lo indica quanto emerge da un nuovo studio firmato da Guilherme Spinato Morlin, David Cano Ortiz, Simone D’Alessandro e Pietro Guarnieri del Centro di ricerca Ecohesion Collective (www.ecohesion.it) del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa insieme a Marco Stamegna della Scuola Normale Superiore: la ricerca, che ha passato ai raggi x il caso italiano utilizzando il modello macroeconomico Eurogreen, è stata pubblicata sulla rivista internazionale “Economic Modelling”.
Le simulazioni mostrano che un salario minimo fissato a 10 euro l’ora – dunque leggermente al di sopra degli standard di cui discute la politica – risulta «particolarmente efficace nel ridurre il lavoro povero e le disuguaglianze diffuse, aumentando i redditi più bassi».
E il salario massimo, cosa c’entra? Gli studiosi l’hanno «fissato nelle simulazioni a 40 euro l’ora» e hanno notato che «agisce invece sulla parte alta della distribuzione e contribuisce in modo significativo a ridurre il divario retributivo fra uomini e donne».
Dal punto di vista macroeconomico, i risultati della ricerca indicano che «occupazione e produttività restano sostanzialmente stabili nel medio periodo. L’aumento dei salari più bassi – si avverte – tende a «rafforzare la domanda interna, compensando gli effetti legati all’aumento dei costi del lavoro, mentre il contenimento dei redditi più elevati non produce impatti negativi rilevanti sull’attività economica complessiva».
Così le parole di Simone D’Alessandro, professore del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa: «Il salario minimo e massimo funzionano bene insieme perché intervengono su due lati diversi della disuguaglianza: il primo sostiene i redditi più bassi e rafforza la domanda interna, il secondo limita la concentrazione dei salari al vertice. Combinati, permettono di ridurre le disparità in modo più efficace ed equilibrato, senza compromettere la stabilità dell’economia». Aggiungendo poi: «Il dibattito pubblico spesso contrappone equità ed efficienza: il nostro lavoro mostra che, se valutate in modo sistemico, politiche salariali ben calibrate possono ridurre le disuguaglianze salariali e di genere senza generare effetti macroeconomici destabilizzanti».
L’analisi dell’équipe pisana mette l’accento sul fatto che lo studio di inserisce in «un contesto particolarmente critico per il mercato del lavoro italiano». A giudizio di D’Alessandro, «negli ultimi trent’anni, l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse in cui i salari reali medi sono diminuiti, a fronte di una crescita diffusa negli altri Paesi avanzati». C’è dell’altro, ricorda il prof dell’ateneo pisano: e il rifermento è, appunto, all’aumento del lavoro povero e al rafforzarsi delle disuguaglianze salariali tra settori, livelli di qualificazione e genere. Da tradurre così: «In questo scenario, intervenire sulla distribuzione dei salari emerge non solo come una scelta di equità, ma come una leva economica necessaria per sostenere la domanda interna e rafforzare la coesione sociale».
Vale la pena di ricordare che, dal punto di vista metodologico, lo studio ha ricostruito in modo dettagliato il funzionamento dell’economia italiana – è stato sottolineato – «a partire da dati reali e distinguendo 114 gruppi di lavoratori per settore, livello di qualificazione e genere». È su questa base che è stato costruito lo scenario di riferimento, simulando «l’evoluzione dell’economia senza interventi». In un secondo momento le politiche salariali sono state «introdotte come scenari alternativi per osservare gli effetti diretti e la loro propagazione nel tempo su domanda, occupazione, produttività e prezzi».











