Vendita Pierburg, c’è la data dell’incontro al ministero: è il 1° aprile…
Il sindacato torna a chiedere: vogliamo garanzie come per i lavoratori tedeschi

Le insegne della capogruppo Rheinmetall sulla fabbrica Pierburg a Livorno a poche centinaia di metri dal varco portuale Valessini
LIVORNO. Chissà se ai sindacalisti livornesi dei metalmeccanici Cgil è scappato da sorridere quando dal ministero delle imprese e del Made in Italy, per discutere della vendite degli stabilimenti Pierburg, il rampo civile del gruppo Rheinmetall, hanno fissato la nuova data dell’incontro al tavolo ministeriale: la convocazione è slittata al 1° aprile, giornata-clou per le beffe all’insegna del “pesce d’aprile”.
Ma in questo caso non c’è niente di che scherzare: «La vertenza è aperta da settimane e, nonostante il tavolo dichiarato permanente al ministero, la convocazione abbiamo dovuto sollecitarla a lungo». Per il sindacato Fiom aver ottenuto la convocazione del confronto è «un primo risultato» e lo si deve «anche grazie alla mobilitazione e alla determinazione delle lavoratrici e dei lavoratori». Occhio però, «ora servono risposte concrete e impegni vincolanti», dice Massimo Braccini, segretario generale della Fiom livornese.
Il sindacato punta la luce dei riflettori su due aspetti. L’uno riguarda i tempi della vendita: «Nel primo trimestre del 2026 è prevista la firma del contratto di vendita della divisione automotive civile», lo ripetono per dire che «non accetteremo passaggi al buio». L’altro ha a che fare con «la decisione di Rheinmetall di svalutare di 350 milioni di euro la divisione civile»: è nient’altro che un’operazione contabile – dice Braccini – ma «riduce il valore degli asset nel bilancio consolidato e definisce la base economica con cui i nuovi acquirenti subentreranno nella gestione dei 18 stabilimenti coinvolti, tra cui Pierburg Livorno».
Citando i soggetti interessati la Fiom livornese torna a indicarne due: il fondo tedesco Aurelius Group ma ora torna sulla scrivania anche il dossier relativo a Ecco Group.
C’è un aspetto sul quale il dirigente sindacale della Fiom insiste: «Non siamo di fronte a un’azienda in crisi. Rheinmetall, al contrario, sta vivendo una fase di forte espansione. Negli ultimi anni ha annunciato investimenti miliardari nel settore della difesa, ampliando la propria capacità produttiva e registrando risultati economici estremamente rilevanti. Parallelamente, però, il gruppo ha scelto di dismettere l’intero comparto automotive civile, oggi attraversato da una fase di difficoltà. Eppure si tratta di una divisione che, nel corso degli anni, ha contribuito in modo significativo ai risultati complessivi del gruppo, sostenendone anche lo sviluppo nelle fasi precedenti all’attuale crescita del settore militare».
Il sindacato guarda con preoccupazione alla «decisione di cedere questi asset a fondi finanziari, anziché accompagnarne un rilancio industriale». C’è una questione evidente di responsabilità: «In presenza di profitti così rilevanti nella difesa, – viene segnalato – sarebbe stato legittimo attendersi un impegno diretto anche per la riconversione e il rafforzamento del settore civile».

Massimo Braccini, leader sindacale dei metalmeccanici Cgil a Livorno
Braccini insiste sul fatto che «non è solo una scelta industriale, ma una precisa opzione strategica: concentrare risorse dove i margini sono più elevati, scaricando sull’industria dell’auto e sui lavoratori il peso della transizione». Ma c’è un “dettaglio” che non può essere trascurato: «in Germania questa transizione è stata gestita in modo molto diverso». Il motivo: l’azienda ha già siglato «un accordo con le organizzazioni sindacali che garantisce occupazione, continuità contrattuale e prospettive industriali, prevedendo anche un confronto prioritario sull’eventuale riallocazione di attività civili».
È su questo che si attesta la posizione sindacale: «Non esiste alcuna ragione industriale per cui condizioni analoghe non debbano essere garantite anche in Italia». Basti dire che «la cessione riguarda l’intero settore automotive civile: non possono esserci lavoratori di serie A e lavoratori di serie B all’interno della stessa operazione». A cominciare dallo stabilimento livornese di Pierburg, 250 addetti: «Non è un sito marginale», dice Braccini. «È una realtà industriale solida, con un centro di ricerca, competenze qualificate e una qualità produttiva riconosciuta. Un patrimonio che deve essere tutelato e sviluppato».
È in questa chiave che la Fiom si presenta al tavolo del ministero guidato da Adolfo Urso ribadendo richieste precise:
- durante la fase di vendita non vengano effettuate operazioni che possano indebolire i siti italiani;
- l’eventuale acquirente, prima che l’affare sia concluso definitivamente, presenti «un piano industriale dettagliato, credibile e verificabile»;
- siano «garantite tutele occupazionali vincolanti»;
- vi sia «un impegno formale al mantenimento e allo sviluppo delle competenze presenti a Livorno»;
- Rheinmetall assuma «impegni chiari e formalizzati sul futuro dello stabilimento, analoghi a quelli già sottoscritti in Germania».
È da aggiungere che, da un lato, vengono richiesti con forza «strumenti concreti di garanzia, inclusi meccanismi sanzionatori in caso di mancato rispetto degli accordi» e, dall’altro, formalizzare tutele solo per alcuni stabilimenti prima della cessione «crea un’asimmetria inaccettabile».
E se è vero che la svalutazione è un atto contabile, in realtà «le scelte che la accompagnano sono profondamente politiche e industriali»: ne consegue che, a giudizio del sindacato metalmeccanici Cgil, Rheinmetall «ha il dovere di assumersi fino in fondo la responsabilità sociale delle proprie decisioni».











