«Attenti, Hormuz fa saltare la logistica: sconquassi peggio di Lehman Brothers»
Falteri lancia l’allarme: le istituzioni intervengano, non è una crisi come altre

Davide Falteri, presidente Federlogistica
GENOVA. Il paragone è pesante per chiunque abbia anche soltanto un vago ricordo del terremoto economico-finanziario innescato nel 2008 dalla crisi dei mutui subprime: il nome di Lehman Brothers rievoca sconquassi. Davide Falteri, numero uno di Federlogistica, fa be di più: lancia un appello alle istituzioni perché – tiene a sottolinearlo, anzi a gridarlo – «la crisi non è energetica, è sistemica: in gioco la tenuta stessa del commercio mondiale e del tessuto economico-produttivo europeo e italiano».
Se non bastasse, il paragone con il patatrac di Lehman Brothers è appesantito, anzi aggravato: «Oggi il mondo si trova davanti a qualcosa di diverso e, per certi versi, ancora più allarmante: non una crisi del credito, ma una crisi della circolazione delle merci». Per il presidente dell’organizzazione di categoria delle imprese di logistica, il “quasi blocco” dello Stretto di Hormuz «non rappresenta semplicemente un rischio geopolitico o un fattore di pressione sui prezzi energetici: è – tiene a mettere in risalto – il possibile punto di rottura di un modello globale costruito negli ultimi trent’anni sulla continuità, sulla prevedibilità e sulla fluidità degli scambi. Se Lehman ha colpito la finanza, Hormuz rischia di colpire la struttura stessa dell’economia reale».
Secondo l’allarmata diagnosi di Davide Falteri, non siamo di fronte a una crisi congiunturale bensì a «una possibile ridefinizione degli equilibri globali: quando si altera la logistica – afferma – non si rallenta semplicemente il commercio, si mette in discussione il funzionamento stesso del sistema economico».
Il punto di partenza è tanto semplice quanto preoccupata è l’analisi che ne consegue: «Per decenni – di ce Falteri – il commercio internazionale si è basato su un presupposto implicito ma fondamentale: le merci partono e arrivano. Le rotte erano considerate affidabili, i tempi programmabili, i flussi continui. Oggi questo paradigma è incrinato: ora irrompe l’imprevedibilità strutturale che impedisce alle imprese di pianificare, le costringe a congelare gli investimenti davanti a una frammentazione delle filiere produttive».
Proprio la mancanza di prevedibilità all’interno di un sistema che si postula debba funzionare nei propri flussi con la puntualità cronometrica di un orologio svizzero, il problema «non è più solo economico: diventa sistemico». E la logistica, «spesso percepita come invisibile» – dice Falteri – si sta rivelando «per quello che è realmente: un’infrastruttura critica globale, al pari dell’energia e delle reti digitali».
Federlogistica chiede che a fronte di «una crisi di tale portata» la risposta sia giocoforza «straordinaria: servono decisioni rapide, coordinate e coraggiose, a livello nazionale ed europeo». La logistica deve essere riconosciuta come asset strategico e governata come tale – sostiene – per evitare «un impatto diretto sulla competitività delle imprese, sulla produzione e sulla occupazione messe a rischio da quella che sarebbe una regionalizzazione degli scambi».
L’idea base è quella che le istituzioni riconoscano la logistica «come servizio essenziale e infrastruttura strategica»: ne consegue che debbano essere «attivati strumenti straordinari per garantire la continuità delle catene di approvvigionamento» e «rafforzato il coordinamento europeo sulla sicurezza delle rotte commerciali», accelerando la digitalizzazione e resilienza delle catene logistiche. «La logistica in un vero e proprio cambio di paradigma – conclude Falteri – rischia di diventare uno dei grandi fattori di instabilità globale».











