Riforma, altolà a ogni effetto retroattivo sulle concessioni
Gli operatori terminalisti alzano la voce nel confronto

Da sinistra il direttore Alessandro Ferrari e il presidente Tomaso Cognolato di Assiterminal
GENOVA. C’è un aspetto fondamentale che, nel dibattito sulla riforma portuale, dovrebbe essere una bussola relativamente alle concessioni demaniali portuali. Lo richiama Assiterminal, l’organizzazione di categoria dell’imprenditoria di settore, segnalando che «gli strumenti di pianificazione, siano essi il Piano nazionale delle Infrastrutture, i Piani regolatori portuali, nonché i Documenti di pianificazione strategica di sistema» devono essere «coerenti con una visione di insieme del mercato della logistica marittima e terrestre su cui gli stessi impattano in combinato disposto».
Insomma, occorre tener presente che è «sulla base dei criteri normativi ad oggi vigenti» che l’operatore terminalista ha costruito – «insieme all’amministrazione pubblica, per il tramite delle Autorità di Sistema portuale» – il suo piano di impresa. Dunque, sta lì dentro «la sua stessa ragione di operare in virtù del principio di efficacia e efficienza, nonché di valorizzazione del demanio portuale, nonché, infine, legittimamente, della sua capacità di produrre marginalità». Con una sottolineatura forte da parte dell’ associazione dei terminalisti: «Qualsivoglia effetto non potrà essere retroattivo: dicesi certezza del diritto».
Sono concetti che «certamente presuppongono flessibilità di approccio e modelli di gestione adeguati»: è sulla base di essi che Assiterminal auspica possano proseguire tanto il confronto all’interno della commissione trasporti della Camera quanto l’interazione con il ministero delle infrastrutture.
L’organizzazione di categoria – presidente Tomaso Cognolato, direttore Alessandro Ferrari – parte dall’esigenza che «la flessibilità dei piani regolatori portuali tenga conto del mercato rilevante in cui operano i porti». È quanto viene messo in rilievo in una nota che si insertisce nel confronto sul disegno di legge di riforma dei porti. Forse il timore è che il dibattito e gli aggiustamenti di tiro vengano strangolati dalle logiche tutte interne alla politica per cui magari si finisca per andare avanti a colpi di blitz o fiducia senza proseguire nel dialogo con le forze imprenditoriali?
In realtà, Assiterminal tiene lo sguardo ben puntato sulle banchine più che sul teatro politico: «All’interno degli scali, i terminal, è bene ricordarlo, operano sì in regime di concorrenza ma hanno evidentemente assetti concessori anche delineati sulla base di perimetri di mercato e di ambiti che ne devono consentire la valorizzazione in termini di efficienza, rispetto dei piani economico finanziari, progetti di sviluppo». Dunque, dentro quadri di regole che sono la cornice in cui si sono mosse le imprese.
A giudizio di Assiterminal, «guardando a oggi, ma soprattutto al futuro, i porti non possono più certamente essere identificati solo come singoli scali ma come un insieme di capacità di offerta che il sistema paese mette a disposizione del proprio mercato industriale». Aggiungendo poi: lo sguardo dev’essere attento e «allargato quantomeno al Mediterraneo e un altro al resto dell’Europa».











