Dhl al fianco dei rifugiati: in dieci anni ha dato lavoro a 30mila di loro
Il manager Ogilvie: la loro rapida integrazione fa bene a tutta la società
MILANO. Stavolta il colosso Dhl – marchio logistico presente in 220 Paesi e territori ai quattro angoli del pianeta – non prende la parola per decantare un primato economico o finanziario dall’alto di un fatturato di oltre 81,8 miliardi di euro nel 2023 o per indicare il proprio obiettivo di una logistica a emissioni zero nel 2050. Lo fa invece per dire che negli ultimi dieci anni ha offerto «prospettive di lavoro a oltre 30mila rifugiati» rivendicando di essere «uno dei principali datori di lavoro per i rifugiati a livello mondiale».
L’azienda segnala che, «secondo uno studio pubblicato nel 2023 dal “Refugee Integration Insights Institute”, Dhl Group si è classificato al secondo posto a livello mondiale tra le 50 maggiori aziende globali in termini di integrazione».
Il gigante giallorosso della logistica impiega circa 600.000 dipendenti in tutto il mondo, un terzo dei quali sono in Germania dov’è la sede centrale dell’azienda e dove 210mila persone lavorano per Deutsche Post e Dhl. È da sottolineare che «circa 18mila dipendenti hanno già offerto volontariamente il loro tempo per misure di integrazione: sono coinvolti come traduttori, in programmi di “mentoring” o forniscono supporto locale, ad esempio aiutando le persone a trovare un alloggio».
Oltre ai contratti di lavoro a tempo indeterminato e ai tirocini – viene fatto rilevare – dal 2015 («anno cruciale per le ondate migratorie verso l’Europa») circa «350 rifugiati hanno completato un apprendistato presso Dhl Group. Molti degli attuali dipendenti provengono dai principali Paesi migratori: Siria, Afghanistan e Ucraina. Il motivo è presto detto: «Grazie all’elevato numero di posti di lavoro che richiedono poche qualifiche, questi dipendenti sono impiegati principalmente nella consegna o nello smistamento di lettere e pacchi». Peraltro, alcuni hanno ora trovato un impiego «nelle professioni per cui erano stati formati», per «molti altri» invece si è aperto un percorso di carriera all’interno di Dhl («ad esempio, passando da autista di consegna a team leader»).
Dhl sottolinea di avere alleati per entrare in contatto tempestivamente con i rifugiati in cerca di lavoro: a cominciare dall’Agenzia federale per il lavoro in Germania e dall’Onu, oltre a prender parte all’iniziativa #WithRefugees, coordinata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).
Thomas Ogilvie, che in Dhl Group è responsabile delle risorse umane: «Consentire ai rifugiati con permesso di lavoro di entrare rapidamente nel mercato del lavoro non è solo un prerequisito per l’integrazione sociale, ma – avverte – è anche nell’interesse dell’economia: può alleggerire il carico sui sistemi sociali e mitigare gli effetti del cambiamento demografico. Siamo quindi orgogliosi di essere all’avanguardia in questo settore».
Ricarda Brandts, presidente dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: «Il successo dell’integrazione dei rifugiati è una responsabilità condivisa dalla politica, dalla società civile e dalle imprese. Dhl Group dimostra in modo impressionante come le aziende possano assumersi la responsabilità sociale e creare opportunità concrete. Quando i rifugiati hanno accesso all’istruzione, alla formazione linguistica e alle opportunità di lavoro, tutte le parti ne traggono vantaggio: le persone trovano sicurezza e partecipazione, mentre le società acquisiscono diversità e forza economica».