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UNIVERSITA' DI PISA

Così Firenze perse senza accorgersene il ruolo di capitale della moda

Analisi di un paradosso: più le sfilate crescevano, più il primato scompariva

PISA. Il sistema moda di Firenze è stato al centro di un paradosso apparentemente inspiegabile: negli anni Cinquanta diventa il cuore dello stile italiano con una forte riconoscibilità nel mondo, la formula sta nel mix fra «poche case di moda selezionate, grandi compratori internazionali e collezioni acclamate dalla stampa». Una formula che pare destinata ineluttabilmente al successo: invece, di anno in anno, «più le sfilate crescevano per espositori e visitatori, più Firenze perdeva il suo ruolo di vetrina internazionale». Chi prova a venirne a capo, a tre quarti di secolo dalla prima sfilata, sono Valeria Pinchera (Dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa) e Diego Rinallo (Emlyon Business School) in una ricerca che è stata pubblicata sulla rivista “Economic Geography”.

Occhi puntati su 68 edizioni delle sfilate fiorentine (poi Pitti Donna) dal 1951 al 1984: ai raggi x i programmi degli eventi, i documenti degli organizzatori e un fiume di articoli di stampa (circa 800) che hanno accompagnato quelle iniziative. Sotto la lente d’ingrandimento ecco l’intero ciclo di vita della manifestazione, dalla nascita alla chiusura: i due esperti  puntano a cercare di alzare il velo su «come una reputazione si costruisce, ma anche come si erode».

«Il caso di Firenze mostra come una città possa diventare la capitale di un settore anche senza esserne il cuore produttivo»: così le parole di Pinchera. «La sua forza – afferma –  è stata saper riunire e valorizzare le eccellenze di territori diversi, offrendo loro un palcoscenico comune e un accesso al mercato estero. La moda italiana nasce così anche come un’identità collettiva: Firenze rende riconoscibile nel mondo ciò che fino ad allora era un insieme di singoli creatori».

Si parte dall’inizio degli anni Cinquanta, in una Italia e una Europa che fa di tutto per scrollarsi di dosso il fantasma della guerra appena conclusa. «All’estero, le case di moda italiane non hanno ancora una riconoscibilità paragonabile a quella dell’alta moda parigina. Giovanni Battista Giorgini, dagli anni Venti buyer per i grandi magazzini americani, intuisce le potenzialità della moda italiana sul mercato statunitense e decide di presentarla a compratori e giornalisti con una sfilata collettiva, facendo leva anche sulla tradizione artigiana e sul richiamo al Rinascimento».

L’evento prende forma nella sua casa di Villa Torrigiani. Già dal ‘52, però, è la Sala Bianca di Palazzo Pitti a farsi palcoscenico dell’evento. «La formula funziona: fra i nomi di richiamo – viene sottolineato – ci sono Simonetta, Fabiani, Veneziani, Pucci e Capucci. In pochi anni, l’espressione moda italiana acquista un significato riconoscibile all’estero: è un’identità nazionale costruita attraverso un evento che si svolge a Firenze».

È sul fronte dell’alta moda che si manifestano le prime crepe. Già quasi da subito Firenze e Roma entrano in concorrenza. Il punto di svolta viene indicato a metà degli anni Sessanta: quando la Camera Nazionale della Moda riorganizza il calendario delle sfilate italiane e colloca a Roma l’alta moda mentre a Firenze vengono destinate la moda boutique e la maglieria.

Come reagisce la capitale dell’ex Granducato? Allargando l’offerta: a cominciare dal prêt-à-porter, a quel tempo in piena ascesa. «Il numero dei partecipanti sale, ma – viene fatto rilevare – la selezione diventa meno rigorosa. Per compratori e giornalisti, orientarsi fra le collezioni e trovare idee nuove è sempre più difficile». Tradotto: la manifestazione resta una bella «occasione commerciale» e tuttavia «perde progressivamente prestigio e capacità di lanciare le tendenze».

Ma la concorrenza più forte non arriva tanto da Roma quanto da Milano: qui – è la sottolineatura dei due studiosi –  negli anni Settanta il prêt-à-porter trova condizioni più favorevoli grazie a «un forte tessuto produttivo e alle redazioni delle principali riviste di moda». Tra i nomi che lasciano presto Firenze per presentare le collezioni a Milano ci sono Missoni, Cadette, Basile, Mister Fox e Callaghan, per cui disegnava un giovane Gianni Versace. Non si spostano solo loro, migra anche l’attenzione della stampa: «il circuito virtuoso che aveva portato Firenze al centro della scena si rovescia». Risultato: a fine decennio Pitti «conta oltre 300 espositori, ma non è più la vetrina della moda italiana», poi nei primi anni Ottanta «il declino diventa irreversibile e, nel 1984, la manifestazione chiude».

Questa l’osservazione di Pinchera: «La progressiva perdita di influenza mostra che le condizioni all’origine di un successo non bastano a garantirne la durata. Negli anni la moda italiana si trasforma: si amplia la produzione, emergono nuovi protagonisti e cambiano le loro esigenze. L’organizzazione fiorentina fatica ad accompagnare questi cambiamenti e lascia agli stilisti pochi margini per decidere come presentarsi e a quale pubblico rivolgersi». Con una conseguenza chiara: «La crescita della manifestazione finisce così per nascondere l’indebolimento della sua funzione di riferimento per il settore. Milano offre invece ai creatori più innovativi possibilità espressive e una rete di relazioni professionali e commerciali più adatte alla nuova fase». Beninteso, tutto questo riguarda la moda donna: Pitti Uomo, nato nel 1972, ha seguito «un percorso diverso ed è ancora oggi un appuntamento internazionale di riferimento».

Pubblicato il
31 Ottobre 2026
di G.M.

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