Aziende a caccia grossa di laureati (ma non a Livorno)
La differenza netta a seconda dei territori e dei tipi di laurea

Assunzioni previste di laureati e difficoltà di reperimento da parte delle aziende a seconda delle varie regioni
ROMA. Il “pezzo di carta” non sarà la garanzia inox per avere successo inesorabile nella caccia al lavoro ma certo vuol dire qualcosa, anzi parecchio. Lo testimonia il fatto che ha fatto un balzo all’insù la difficoltà di reperimento di laureati: a livello nazionale è cresciuta dal 35,2% del 2019 al 51% dello scorso anno.
Sia chiaro, dentro queste percentuali c’è di tutto perché il dato non è affatto omogeneo: la difficoltà di trovare laureati riguarda
- il 72,8% per le posizioni che richiedono una laurea chimico-farmaceutica,
- il 70,8% per l’indirizzo sanitario e paramedico,
- il 65,7% per gli ingegneri industriali,
- il 62,5% per matematici, fisici e informatici.
Càpita qualcosa di ben diverso invece per altri profili, quelli legati all’area umanistica: le percentuali in questo caso scendono «ben sotto la media, fino ad arrivare al 37,6% per quello umanistico, filosofico, storico e artistico».
Benché il numero di quanti hanno alle spalle un corso di studi universitari sia nel corso degli anni aumentato, i profili dell’area cosiddetta “Stem” – cioè scientifico, tecnologico, ingegneristica e matematica – «sono sempre più introvabili». Viceversa, sono lunghi i tempi di inserimento lavorativo per altri percorsi, come quelli umanistici e delle scienze sociali: qui il numero di laureati «supera di gran lunga la domanda». A tutto questo deve aggiungersi il fatto che la situazione può variare a seconda dei territori.

La tabella della Fondazione dei consulenti del lavoro riguardante la mappa delle assunzioni
Il disallineamento fra domanda e offerta di lavoro è stato messo sotto la lente d’ingrandimento nell’ultimo focus di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro dal titolo “Il valore della formazione universitaria e le nuove sfide del lavoro”.
Se i problemi delle imprese nel reperire i profili conta l’indirizzo di studi prescelto, non meno rilevante è l’aspetto territoriale: lo spiega il report segnalando che si fa riferimento a «sistemi produttivi diversi, presenza e specializzazione degli atenei, mobilità dei laureati e capacità di offrire opportunità professionali attrattive».
Ad esempio, secondo le elaborazioni di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro tra le regioni nelle quali si prevedono maggiori problemi spiccano la Valle d’Aosta (con il 64,8% di entrate di universitari di difficile reperimento), il Trentino Alto Adige (64,5%) e il Friuli Venezia Giulia (60%).
Il dossier segnala che il fenomeno è particolarmente complesso e non si spiega con una maggiore richiesta di profili con istruzione terziaria. Basti pensare che «in altri territori con una domanda più alta di laureati sul totale – come Lombardia (22% di laureati sul totale assunzioni previste), Lazio (19,6%) ma anche realtà del Mezzogiorno come Sicilia (19%) e Campania (18,4%) – le difficoltà di reperimento sono ben sotto il 50%».
Per avere una idea delle differenze territoriali vale la pena guardare al setaccio a livello provinciale: le assunzioni di laureati proporzionalmente più numerose le troviamo a Milano (23,5%), con Pavia, Roma e Torino attorno al 17-18%, poi Varese, Bologna, Monza e Palermo fra quasi il 14% e il 15% tondo. All’estremo opposto della classifica scoviamo le otto province in cui le imprese dicono di aver meno bisogno di laureati: non crediate siano tutte del Sud, anzi è Maremma grossetana la cenerentola che annuncia che le servono laureati a malapena per una posizione su 25 (4,1%). Sotto il 6% troviamo, risalendo dal basso: Ragusa, Matera, Sondrio, Verbano Cusio Ossola, Vibo Valentia, Sassari e Foggia. Attenzione, anche Livorno se la cava malino: la richiesta di laureati è relativa soltanto al 6,4% delle figure richieste, una percentuale più bassa di così la troviamo solo in sei province in tutta la metà d’Italia a nord di Roma (e 13 sulle oltre cento realtà di tutto il Paese).
Ma c’è dell’altro: in Toscana per una posizione su quattro (25,3%) basta aver assolto l’obbligo scolastico. Livorno è al di sopra di questo standard medio e arriva al 26,2% ma bisogna dore che nelle province di Arezzo e Prato si sfiora un caso su tre.
Sta di fatto che, nonostante tutti i guai possibili, la laurea resta «un elemento premiante nel mercato del lavoro italiano, che negli ultimi dieci anni ha visto crescere dell’11% i laureati nella fascia d’età 25-34 anni», a quota un milione 918mila. Per capirci: il tasso di occupazione (per cittadini in età da 20 a 64 anni) di chi possiede una laurea è dell’82,8% mentre per chi ha il diploma si attesta al 68,6% e scende al 55,7% per quanti possiedono al massimo una licenza media.
Forse l’ “ascensore sociale” non funziona più molto bene ma, secondo lo studio, «sono proprio le fasce più deboli ad avvantaggiarsi maggiormente di un titolo universitario: le donne e i giovani del Sud. Per le prime –viene fatto rilevare – il tasso di occupazione è superiore all’80% mentre fra le diplomate resta al di sotto del 59%. Non solo: per i giovani del Mezzogiorno il tasso di occupazione fa un balzo di 12 punti percentuali rispetto al 2019 e ora arriva al 60%.











