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Mare Nostrum? Tanger Med dice di no

LIVORNO –  C’è da spaventarsi, o da incazzarsi come belve, o da riprendere come estremamente attuale la celebre invettiva di Tito Livio (Storie, XXI,7) “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Insomma, niente di nuovo sotto il sole nei consessi romani: mentre a Roma si discute (o si tergiversa: libera traduzione), Sagunto viene espugnata.

Nel nostro caso, mentre a Roma si tergiversa sulla legge e si lesina nei confronti dei porti, a Milano arrivano i manager della “free zone” di Tanger Med e propongono il nuovo, grande, attrezzatissimo scalo marocchino non solo come porto per i traffici, ma anche come ideale zona di investimenti imprenditoriali: con tasse pressochè zero, facilitazioni da parte del governo, aree complete di infrastrutture e servizi. Viene da chiedersi, di fronte alla documentazione fornita sulle facilitazioni a chi va a insediarsi a Tanger Med, dove sia il mondo moderno e dove il terzo mondo sul piano almeno della logistica.

C’è una constatazione ancora più amara a fronte dello show (molto concreto) organizzato da Tanger Med due giorni fa a Milano: ed è che mentre una decina di anni fa i porti italiani temevano la forte e agguerrita concorrenza di quelli del Nord Europa, adesso il vero pericolo sembra essere in casa, sulla sponda sud del Mediterraneo. Quella stessa sponda – sia ben chiaro – che tutti gli istituti di analisi stanno indicando come l’aria in cui nel prossimo futuro la crescita del Pil sarà più forte. E noi che facciamo, nel frattempo? Qualche vagito dal consiglio dei ministri nell’abortita (o quasi) legge di riforma portuale, qualche bel progetto di pochi porti ancora capaci di ragionare, ma condizionati dalla totale mancanza di risorse (nemmeno più il misero 5% delle entrate fiscali prodotte: Tremonti ha ribadito il suo “niet”) e una generale, a volte rabbiosa disillusione. E l’antico “Mare Nostrum” sta diventando sempre di più…mare loro.

Antonio Fulvi


Pubblicato il
24 Aprile 2010

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