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Jobson: noi e i bacini

Intervista al presidente dell’associazione temporanea di imprese che intende concorrere

Massimo Netti

LIVORNO – C’è ormai il conteggio alla rovescia dei giorni che separano dal comitato portuale di mercoledi 8 ottobre in cui il presidente Gallanti e il segretario generale Provinciali illustreranno i termini della gara per i bacini di carenaggio, oggi affidati alla gestione del cantiere Benetti. E cresce l’interesse per la “sfida” lanciata sul complesso bacini dal gruppo internazionale Jobson Italia attraverso l’ATI presieduta da Massimo Netti che si è costituita due anni fa a Livorno con Tecnomeccanica e la genovese Santa Maria: tutte aziende specializzate nel settore manutenzione del metalmeccanico e della motoristica navale.
Presidente Netti, l’associazione temporanea d’imprese (ATI) che lei rappresenta sembra decisa a rilanciare anche il grande bacino livornese. Ma si parla di 20 milioni solo per rimetterlo in efficienza…
[hidepost]“Mi lasci dire che le stime che circolano sono poco realistiche. Noi operiamo nel settore della manutenzione e anche a livello internazionale possiamo definirci specialisti. Tra l’altro nella nostra ATI ci sono coloro che per dodici anni facevano manutenzione proprio agli impianti del bacino livornese. Riteniamo che bastino dai 6 ai 7 milioni grazie anche a interventi che potremmo attuare a costi bassi, specie in tempi come questi in cui non c’è sovrabbondanza di lavoro”.
Le perplessità su una ripresa delle riparazioni navali nel grande bacino sono anche di tipo ambientale: lavorazioni a ridosso della città e di assets delicati come il porto turistico e la costruzione di grandi yachts non sarebbero inquinanti?
“La tecnologia in questo campo si è molto evoluta dai tempi storici del bacino livornese. E siamo i primi a renderci conto che la città è cresciuta intorno all’impianto: senza considerare che il protocollo di Kyoto pone precisi limiti. Nel nostro progetto il bacino sarà utilizzato principalmente come area di arrivo e sosta delle navi (e noi puntiamo in particolare sulle crociere e i traghetti passeggeri) mentre tutte le lavorazioni sull’impiantistica sarebbero fatte fuori città, nelle sedi delle ditte dell’ATI e all’interporto Vespucci. La manutenzione degli scafi, verniciature comprese, sarà fatta con moderni robot capaci di assorbire le polveri e le emissioni delle vernici con impatto pressochè zero.
In ogni caso si tratta di investimenti notevoli; quando altri porti vicini, in particolare Piombino, puntano ad attrezzarsi anch’essi per le riparazioni, addirittura con un grande bacino galleggiante.
“L’operazione Piombino ci vede ugualmente protagonisti e non è alternativa ma complementare a Livorno. Siamo consapevoli che una parte crescente delle ditte di riparazioni navali si sono spostate o si stanno spostando a Piombino da Livorno: e anche noi riteniamo che l’impegno su Livorno della nostra ATI vada calibrato su un lustro circa, per poi concentrarla su Piombino. Oggi abbiamo le opzioni per un bacino galleggiante come quello che servirebbe a Piombino, da 300 metri di lunghezza, sia in Germania sia alla Hyundai in Korea. I costi sono molto calati in questi tempi, con 40 milioni l’operazione diventa fattibile. E anche per Piombino il nostro target è di navi non inquinanti con operazioni “pulite”.
Ma Piombino, dopo la beffa della Concordia, non punta sulla demolizione delle vecchie navi militari, che non hanno grandi dimensioni?
“La demolizione degli scafi ex militari è un’illusione perchè ha bassa resa economica, con impiego di poca gente: e le navi stesse sono una decina, con caratteristiche tecniche tra l’altro complesse: si parla anche di radioattività ed altri problemi del genere. La nostra opzione è assai diversa, più realistica e punta ad un vero polo internazionale delle demolizioni di navi non inquinanti”.
Un’ultima domanda: il testo della gara che l’Autorità portuale si appresta a lanciare per i bacini livornesi sembra orientato su interventi per navi medie e grandi yachts, mentre voi puntate sulle grandi unità da crociera e i grandi traghetti…
“Nel POT del 2013 ci sono i riferimenti cui lei accenna per la gara; ma si tratta di scelte che rinviano a decisioni molto precedenti, ad accordi che consideravano un mercato delle riparazioni totalmente diverso da quello di oggi; un mercato che oggi non esiste più per strutture come quelle livornesi. Considerarlo ancora valido per quello che è stato – e potrà tornare – il secondo bacino del Mediterraneo in termini di dimensioni è assurdo. Noi confidiamo che nel formulare i termini della gara l’Autorità portuale guardi al presente, non al passato”.
A.F.

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Pubblicato il
1 Ottobre 2014

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