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Il neo-ponte dei sospiri?

GENOVA – No, non è quello celebre di Venezia: lo sta diventando quello altrettanto celebre di Genova, ricostruito a tempo di record dopo la tragedia del viadotto Morandi e che adesso – pronto e già “sverginato” dalle prima auto ufficiali che l’hanno attraversato – rimane chiuso perché la burocrazia non sa a chi farlo collaudare. La vertenza in atto con la società autostrade infatti sembra costituisca un ostacolo. Di carta, ma in questo paese ormai sono le carte, e non le opere, a condizionare la nostra vita. E l’auspicata ripresa.

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Il ponte Piano – il progetto come noto è stato regalato dall’archistar Renzo Piano – è stato completato in 14 mesi per 1067 metri di viadotto, impegnando oltre mille lavoratori che hanno operato giorno e notte, rispettando anche le norme anti-Covid ma non risparmiandosi. Le imprese coinvolte – Fincantieri, Salini Impregilo e Italferr – hanno dato il meglio delle capacità tutte italiane di far miracoli quando sono liberate dagli orpelli di normative peggio che borboniche. Dopo le demolizioni delle vecchie strutture – e di parte delle costruzioni al di sotto – sono state ricostruite 19 campate con 18 pilastri in cemento armato speciale, utilizzate quasi 18 mila tonnellate di acciaio e stesi chilometri di speciale cemento sul tracciato. Il tutto, spendendo 200 milioni di euro. Se fossero state seguite le regole del codice degli appalti sarebbero stati necessari 14 anni, di cui la metà solo per le pratiche burocratiche.

La burocrazia dunque non si smentisce. Ma questo ennesimo esempio dovrebbe bastare per arrivare a una totale semplificazione delle normative sui lavori pubblici. Il premier Conte l’ha promesso anche nell’ambito della kermesse di villa Doria Panphili, i famosi (e per qualcuno famigerati) “Stati generali”. Sperando che almeno questa volta la montagna non abbia partorito un topolino.

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Pubblicato il
27 Giugno 2020

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