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E poi ci furono anche le famose tre teste

LIVORNO – Difficile parlare dell’artista “maledetto”, livornese ma in realtà assai più parigino, senza ricordare la clamorosa beffa delle tre teste false che nell’estate 1984 furono ripescate nei Fossi della nostra città dopo una settimana di apposito dragaggio. E che fior di esperti giurarono fossero quelle che la leggenda attribuiva a Modì: il quale, disgustato dai giudizi sarcastici degli amici cui le aveva mostrate, le avrebbe buttate appunto nei Fossi, vicino al Mercato Centrale.

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Tre teste, grossolanamente scolpite: ma fecero l’effetto di una bomba atomica e non solo nel mondo dell’arte. La conservatrice del museo livornese che aveva imposto il dragaggio del Fosso, Vera Durbè, ci rimise la credibilità (e la salute). Peggio di lei il fratello, Dario Durbè che era un affermato critico. Anche il presidente della Provincia, Claudio Frontera, che aveva appoggiato l’iniziativa, passò i sorci verdi. Ma ci cascarono in tanti: e per un certo tempo, anche il popolo, che all’inizio della ricerca aveva espresso il proprio scetticismo scaricando nel Fosso, davanti alla draga, sarcastici messaggi: “bicicletta di Modigliani”, “barroccio di Modigliani”, “sega di Modì”, legati su vecchi rifiuti. C’era andato a nozze il Vernacoliere, il noto periodico satirico locale, che quando quest’ultimo oggetto venne su nel cucchiaio della draga, titolò trionfante: “trovata una sega!” Con evidente doppio gioco del termine.

La storia delle tre teste false ha avuto come eroi dichiarati i tre studenti (si riconobbero responsabili solo in due, Gianni Farneti e Francesco Ferrucci, mentre il terzo si defilò): ma anche un altro eroe tragico, il portuale e artista contestatore Angelo Froglia. Il quale, a differenza dei re studenti, non aveva “ruzzato” per pura goliardia, ma aveva architettato un’operazione-trappola proprio per sputtanare la grande critica. Froglia aveva scolpito due delle tre teste. E aveva documentato il suo lavoro con un filmato, girato da un ex dipendente comunale, la cui compagna si era poi spaventata dell’operazione e aveva inviato ad alcuni giornali lettere quasi cifrate, ma dalle quali si capiva che l’operazione teste era una trappola. Nessuno (o quasi) la prese sul serio, ma al Froglia non fu perdonato il fine, che era tutt’altro che giocoso come quello degli studenti. Ancora oggi che Froglia è morto da tempo (esule a Roma a soli 42 anni: qualcosa che lo accomuna alla tragica vita di Dedo) di lui si parla poco mentre i tre studenti sono stati celebrati, osannati (o vilipesi) in tutto il mondo.

A.F.

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Pubblicato il
9 Novembre 2019

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