Spiraglino per Pierburg, dopo la vendita il ministero convoca un incontro
Il sindacato: per i nostri lavoratori le stesse garanzie che per i tedeschi

Lo stabilimento Pierburg a Livorno in via Salvatore Orlando: la casa-madre Rheinmetall ha annunciato l’accordo per venderlo al fondo tedesco Aequita
LIVORNO. A distanza di poco più di una settimana dall’annuncio della cessione da parte della casa-madre Rheinmetall, i lavoratori dello stabilimento livornese Pierburg coinvolto in quella compravendita hanno ottenuto quantomeno una piccola sponda: è stato convocato un nuovo incontro al tavolo del ministero delle imprese e del Made in Italy, l’appuntamento è in agenda «per il prossimo 23 giugno». Lo annuncia Massimo Braccini, segretario provinciale dei metalmeccanici Cgil livornesi, segnalando che è «un passaggio importante nella vertenza aperta a seguito della cessione della divisione Power Systems di Rheinmetall al gruppo Aequita»: operazione che coinvolge – viene sottolineato – «migliaia di lavoratrici e lavoratori in Europa e che interessa direttamente anche lo stabilimento Pierburg di Livorno».
A cosa serve questo nuovo appuntamento romano? Non è affatto una passerella rituale, a giudizio del sindacato: perlomeno, non deve diventarlo. In ballo c’è una questione emersa nel susseguirsi di assemblee di lavoratori e incontri sindacali: così come è stato ottenuto per gli occupati tedeschi interessati da questa operazione, dalla fabbrica livornese si chiedono impegni vincolanti e tutele preventive rispetto a «una operazione di tale rilevanza industriale e occupazionale». Solo che, però, finora «quelle garanzie non ci sono state», dice Braccini. Tutt’al più una dichiarazione comune dei due soggetti protagonisti della compravendita: ma nell’opinione di sindacati e lavoratori non basta, serve qualcosa di messo nero su bianco in modo vincolante, e davanti agli occhi del ministero.
Già, perché – è stato ripetuto in questi giorni dopo l’annuncio della compravendita – non è vero che ci si deve rassegnare al fatto che i due gruppi privati hanno mano libera nel contrattare fra loro. Al contrario, sindacato e lavoratori hanno richiamato il fatto che la capogruppo ha un forte interesse per varie commesse di soggetti pubblici italiani, ed è quella la via per fare pressione. In sostanza, da Livorno si vuole in certo qual modo entrare nella stanza in cui si tratta la compravendita per far inserire la tutela dei lavoratori all’interno dell’accordo, e per farlo il passaggio-chiave è la riconvocazione delle parti nella sede del ministero.
D’altronde, sindacato e lavoratori hanno ribadito anche adesso che i due gruppi, l’uno venditore e l’altro acquirente, hanno dribblato gli impegni: nel corso del confronto in sede ministeriale – con vari incontri nei mesi scorsi – era stato indicato un percorso. Invece, lo ricorda il leader della Fiom livornese, la vendita è stata «definita senza che fossero chiariti preventivamente gli impegni sul futuro produttivo dei siti italiani, sugli investimenti previsti e sulle prospettive occupazionali delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti».
Come detto, l’altro aspetto sul quale Braccini richiama l’attenzione riguarda la disparità di trattamento fra «i diversi Paesi interessati dall’operazione»: in concreto, mentre in Germania «risultano già definiti accordi e strumenti di tutela in grado di incidere sulle future scelte industriali e sulle allocazioni produttive», invece per gli stabilimenti italiani «non emergono analoghe garanzie». È una situazione che, a giudizio del dirigente sindacale, «non può lasciare indifferenti», anzi impone di «fare piena chiarezza sul ruolo che i siti italiani avranno nella nuova configurazione societaria».
Braccini tiene a sottolineare che, nel caso di Pierburg Livorno, «queste incertezze pesano ancora di più». Il motivo? «Lo stabilimento – afferma – arriva a questo passaggio dopo anni di difficoltà e con il probabile terzo anno consecutivo di ricorso agli ammortizzatori sociali». Da tradurre così: i lavoratori «hanno diritto a conoscere quali siano le reali prospettive industriali del sito».

Uno striscione della Rsu collocato davanti al cancello della fabbrica recentemente in occasione di uno sciopero
Proprio in nome del fatto che il 23 giugno nel salone del ministero si vivrà in questa vicenda «l momento della verità», è indispensabile che vi partecipino «soggetti che dispongano di un effettivo potere decisionale e che siano nelle condizioni di assumere impegni concreti e verificabili sul futuro industriale e occupazionale degli stabilimenti coinvolti».
Proprio per evitare passerelle, Braccini dice chiaro e tondo che non bastano «generiche rassicurazioni», quel che serve sono «risposte: investimenti, missioni produttive, carichi di lavoro, prospettive occupazionali e ruolo degli stabilimenti italiani dovranno essere affrontati nel merito, con la massima trasparenza e senza ambiguità». E per far capire che la forza lavoro della fabbrica livornese non è disposta a rassegnarsi facilmente, la Fiom dice che finché non arriveranno «risposte chiare e garanzie vincolanti, permane lo stato di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori».











