Il narcotraffico cambia strategia: gommoni ultraveloci come “feeder”
Anche i “simil-sottomarini” per dribblare i radar degli investigatori

Guardia di Finanza: i militari delle Fiamme Gialle in azione dureante una operazione antidroga
BRESCIA. Il blitz antidroga stavolta non l’hanno compiuto aprendo un container: il carico l’hanno intercettato a bordo di un gommone ultraveloce del tipo “go fast”. Mica uno zainetto o qualche panetto nascosto chissà dove: stiamo parlando di «oltre 2,6 tonnellate di cocaina», valore 78 milioni di euro secondo le quotazioni all’ingrosso (ma con la potenzialità, in base alle operazioni di taglio per lo spaccio al dettaglio, di generare un giro d’affari complessivi di mezzo miliardo di euro). È andata in scena nell’Oceano Atlantico: il comunicato ufficiale segnala genericamente che l’imbarcazione è stata fermata «al largo delle coste di Lisbona a cura della Policia Maritima portoghese».
A quanto è dato sapere, più precisamente si tratta di un tratto di mare davanti alle coste portoghesi sì, ma una cinquantina di miglia a sud-ovest di Cabo Espichel. Detto un po’ parecchio a spanne: quasi all’altezza dello stretto di Gibilterra ma putando in direzione ovest in una zona dell’Oceano già abbastanza al largo che i fondali degli abissi superano i 4mila metri di profondità. I gommoni di questo tipo hanno piccole dimensioni («lunghi tra i 10 e i 16 metri») e hanno una grande agilità di movimento grazie alla spinta di «numerosi motori fuoribordo ad alta potenza, capaci di superare i 70 nodi», cioè quasi 130 all’ora. Praticamente, parlando in “logistichese”, diciamo così, l’equivalente di “feeder” ai quali affidare la distribuzione regionale
La trasformazione del narcotraffico
Dal quartier generale della Guardia di Finanza, gli investigatori italiani tengono a ribadire una mutazione nel modo di agire dei “signori del narcotraffico”. A parte qualche ritocco al vecchio imbarco in container dai quali trafugare gli stupefacenti una volta arrivati in Europa oppure il mascheramento della provenienza mediante porti intermedi, com’era stato segnalato anche in una inchiesta della “Gazzetta Marittima” è sempre meno rara la modalità del cosiddetto “drop off”: le imbarcazioni ultraveloci – viene sottolineato – «fungono da “taxi del mare” per recuperare al largo i carichi illeciti precedentemente gettati in acqua dalle “navi madri” provenienti dal Sud America». Destinazione, inutile dirlo, il mercato europeo.
Come indicavamo nell’inchiesta di metà maggio, si intravede «una sterzata nella strategia europea contro il narcotraffico». Non basta più tener d’occhio con l’analisi dei rischi i container in arrivo dai porti colombiani: ripetuto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, alle spalle una lunghissima esperienza nella lotta ai grandi trafficanti (a cominciare da quelli ‘ndranghetisti), che l’invio si è spostato nei «porti ecuadoregni in tandem con scali brasiliani e, più di recente, argentini». Anche i report della Direzione centrale interforze del Servizio Antidroga segnalano che «la metà sud del continente americano resta “laboratorio chimico del mondo” per la materia prima a uso del narcotraffico ma si inventano modalità alternative. Non basta più infilare qualche quintale di stupefacente dentro un container da cercare di far passare nella confusione delle migliaia e migliaia che ogni settimana sbarcano a Gioia Tauro, Livorno o Genova. Con una sottolineatura: la modalità “drop off” non è prerogativa solo dell’Oceano Atlantico, basti ricordare a metà giugno al largo di Cecina il rocambolesco inseguimento di un gommone scoperto mentre gli occupanti stavano recuperando in mare gli involucri con la cocaina…
Ormai c’è una lista di precedenti che accreditano il passaggio
Non è un caso isolato, e il riferimento non è solo all’operazione da Guinness dei primati andata in scena la scorsa primavera. Ad esempio, nel novembre scorso – sempre nell’Atlantico e sempre in alto mare – era stata bloccata un’accoppiata di pescherecci che, al riparo da occhi indiscreti, aveva in programma di trasbordare un enorme carico di cocaina su motoscafi veloci; a sua volta, i pescherecci l’avevano presa in consegna a gran distanza dalle coste brasiliane.
C’è anche dell’altro: ad esempio, i narco-sottomarini. In realtà, non si tratta di unità destinate a scendere a chissà quali profondità: basta riuscire a navigare sott’acqua quanto serve per non farsi sgamare dalla sorveglianza di polizia. Per dirne una, i “cartelli” latino-americani sono stati sorpresi nel gennaio scorso dalla Polícia Judiciária lusitana che a più di 200 miglia nautiche dalle Azzorre ha intercettato in acque interazionali un semi-sommergibile che aveva a bordo poco meno di 9 tonnellate di cocaina; nell’autunno precedente in una operazione in tandem con americani e inglesi gli investigatori portoghesi avevano scoperto, a quasi 2mila chilometri da Lisbona una specie di sottomarino artigianale, peraltro schiantato per inadeguatezza strutturale appena dopo esser stato sequestrato (con quasi 2 tonnellate di cocaina).

Primavera 2026: operazione antidroga della Guardia Civil spagnola in collaborazione con le forze dell’ordine di mezza Europa. Il cargo “Arconian” e le oltre 30 tonnellate di cocaina allineate sulla banchina
Poche settimane fa il blitz più importante di sempre
La nuova operazione contro i narcotrafficanti arriva a distanza di poche settimane dalla gigantesca operazione anti-droga condotta da un pool di forze di polizia europee: nella scorsa primavera, in una mezza battaglia che aveva portato anche alla morte di un paio di investigatori iberici, era stata definita come «pioneristica operazione internazionale». In pieno Atlantico aveva visto al lavoro fianco a fianco gli 007 delle intelligence e gli agenti di varie polizie di differenti stati: erano state arrestate 54 persone e sequestrate quasi 11 tonnellate di cocaina, più di otto tonnellate di hashish e 18 navi.
A guidare la complessa indagine è stata la Procura Distrettuale Antimafia (Dda) di Brescia, al lavoro i finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria, quelli del comando operativo aeronavale e l’équipe dello Scico, il servizio che nelle Fiamme Gialle si occupa di criminalità organizzata, riciclaggio e narcotraffico. Il tutto in tandem con le autorità di Spagna e Portogallo.
Secondo le informazioni raccolte, la trappola ha portato all’arresto di quattro soggetti presenti a bordo del “go-fast”: si sa solo che si tratta di due cittadini spagnoli e un cittadino di Gibilterra. L’Italia, cosa c’entra? Oltre ad aver avuto un ruolo rilevante nell’indagine, la quarta persona è un cittadino albanese, che però risulta «residente a Mantova e domiciliato nella provincia di Brescia» (nella nota ufficiale si tiene a ribadire che questa è l’ipotesi accusatoria: in nome del principio di presunzione di innocenza, la colpevolezza delle persone finite ora nei guai sarà «definitivamente accertata solo in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna»).
Il fermo del natante ad opera della Policia Maritima portoghese è stato possibile in virtù della cooperazione internazionale di polizia con gli omologhi organi spagnoli e portoghesi, con il supporto del Maritime Analysis and Operations Centre – Narcotics (Maoc-N) di Lisbona e della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (Dcsa). Com’era avvenuto in occasione del precedente blitz da record, sono stati i mezzi aerei delle Fiamme Gialle italiane a tenere gli occhi spalancati per monitorare il gommone ultraveloce grazie all’uso di «tecnologie di ultima generazione per la sorveglianza marittima, rischierati in territorio iberico nell’ambito dei moduli per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea».

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