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IL RETRISCENA

La nuova logistica della cocaina: buttata in mare al largo e presa con i gommoni

Dietro il rocambolesco inseguimento della Guardia Costiera nel mare di Cecina

Motovedetta della Guardia Costiera in azione

CECINA (Livorno). Stavolta lo schema del racconto non segue cliché che, sbagliando, si dànno quasi per prefissati: la logistica della cocaina come quella dei jeans o degli apparecchi elettrodomestici, con il container imbarcato nel porto più vicino al luogo di produzione che arriva sulle banchine più vicine al luogo di consumo. Unica differenza: la cocaina è illegale e il viaggio è fuori dalle regole, ma soprattutto l’imbarco e lo smistamento all’arrivo. Ma il format sembra sempre quello: porto colombiano, merce in cui occultare la sostanza stupefacente, grande porto italiano d’arrivo (perché più grande è e, siccome basta meno di un ventesimo di un solo container, più speranze ci sono di farlo passare in mezzo ai container che sbarcano in un porto come Genova o Livorno, da quasi 2mila a più di 7mila, per non parlare degli 11mila a Gioia Tauro). Come se il narcotraffico avesse una coazione a ripetere e dunque farsi beccare, basta stanare le navi in arrivo dal solito Paese-simbolo.

In realtà, non è così e l’ultimo sequestro della Guardia Costiera ne è la riprova. È accaduto davanti alle coste di Cecina (Livorno). A sud della zona dell’approdo locale, una motovedetta della Guardia Costiera ha notato qualcosa di sospetto in quel che succedeva su un gommone o attorno ad esso: non è chiaro, ad esempio, se gli occupanti fossero già a bordo o se, come evidenziato dal quotidiano livornese “Il Tirreno”, vi fossero in acqua due persone in tuta da sub che stavano issando materiale sul gommone. Fatto sta che, appena i militari della Guardia Costiera si sono fatti più vicini, l’imbarcazione è partita a tutta velocità per fuggire: un rocambolesco inseguimento al termine del quale i due hanno portato il gommone a “spiaggiarsi” verso riva nella zona del Tombolo. Contavano presumibilmente sul fatto che lì la motovedetta, per evidenti motivi di pescaggio, non avrebbe potuto seguirli o, chissà, su qualche appoggio a terra, in una zona di vegetazione litoranea, magari dove avrebbero dovuto portare il carico se tutto fosse filato liscio.

Già, perché i due fuggiaschi l’hanno fatta franca e sono spariti nella boscaglia ma il carico che forse stavano recuperando in mare hanno dovuto lasciarlo sul gommone. La Guardia costiera l’ha sequestrato: alla fine hanno contato 288 panetti di cocaina per un peso complessivo di oltre tre quintali.

A dire il vero, non è la prima volta che vengono scovati stupefacenti in arrivo via mare in questo modo che gli investigatori definiscono “drop off”, una modalità segnalata anche nell’ultimo report della Direzione dei servizi anti-droga. Una nave madre getta in acqua il carico, talvolta su zattere galleggianti, in una giornata di bonaccia: lo fa abbastanza al largo per non dare troppo nell’occhio ma al tempo stesso non in alto mare, giusto a una distanza dalla costa tale che si possano usare senza difficoltà imbarcazioni leggere o leggerissime di piccola taglia, quanto più “invisibili” sia possibile.

Era accaduto agli inizi del maggio 2017 a Livorno: più di duecento chilogrammi di cocaina sono stati avvistati in mare davanti alla Terrazza Mascagni nascosta in zaini neri tenuti a galla mediante l’aria che era stata inserita all’interno di alcuni involucri. Curiosamente i pacchetti di stupefacenti erano contrassegnati con il logo della Porsche, forse un simbolo di riconoscimento fra i vari pezzi della catena logistica della droga: valore complessivo circa 16 milioni di euro.

Operazione anti-droga: quintali di cocaina nei panetti sequestrati

Il “drop off” è stato al centro anche di una inchiesta di IrpiMedia, coraggiosa testata di giornalismo investigativo indipendente: con l’hashtag #PiratiDelMediterraneo, ecco una inchiesta dal titolo “L’Escobar turco dietro alle navi del drop-off”. Sottotitolo: “Tonnellate di cocaina lanciate nel Mar Mediterraneo: un affare gestito dalla mafia turca, in alleanza con colombiani, albanesi e calabresi”. Il reportage di Cecilia Anesi indica nel “drop off” la nuova frontiera del narcotraffico: la droga viene lanciata nel mar Mediterraneo da «una nave cargo (normalmente partita dall’America Latina)» e viene recuperata da «pescherecci che attraccano in piccoli porti senza controlli». Via dalla testa l’idea che sia qualcosa di marginale per poveracci che non sanno come sbarcare il lunario: si va a tonnellate, dunque milioni di euro e la gestione non è quella arruffona della piccola “mala” di strapaese.

Ma gli investigatori che sul fronte caldo della frontiera marittima si sono occupati anche di traffico di stupefacenti ricordano come risalendo ancor più all’indietro si sia immaginato un regolamento di conti nell’ambito del narcotraffico quando in una estate di quasi trent’anni fa venne trovato un cadavere nelle acque dell’Arcipelago. Nessuno che lo reclamasse o si facesse avanti per riconoscerlo: già allora gli 007 dell’anti-droga avevano l’idea dell’utilizzo di velieri o imbarcazioni leggere per una logistica degli stupefacenti che seguiva percorsi alternativi al tradizionale spostamento via container da un continente all’altro.

Nelle scorse settimane la “Gazzetta Marittima” ha dato conto di una enorme operazione contro il grande narco-traffico che ha coinvolto le forze dell’ordine di mezza Europa, con tanto di aviazione, generalissimi e ministri: sequestrate 30 tonnellate di cocaina. Cioè cento volte più del sequestro cecinese. Cosa sta facendo il narcotraffico? Spezzetta il carico, suddivide il rischio e prova a rendersi “invisibile”. Nel caso spagnolo, comunque, era emersa la conferma di una novità degli ultimi anni: l’utilizzo della fascia atlantica dell’Africa come base logistica per il reindirizzamento in Europa.

Operazione antidroga della Guardia Civil spagnola in collaborazione con le forze dell’ordine di mezza Europa. Il cargo “Arconian” e le oltre 30 tonnellate di cocaina allineate sulla banchina

Sulle nuove rotte del narcotraffico insiste anche il procuratore Nicola Gratteri: ricorda che non è più la Colombia la piattaforma di invio perché i trafficanti, soprattutto quelli dei cartelli messicani, preferiscono destare meno sospetti utilizzando altre banchine. Lui parla dell’Ecuador, ad esempio. Ma la relazione delle squadre dell’anti-droga indica che le triangolazioni sono assai più sofisticate: si cerca di occultare il carico illecito all’interno di container che abbiano provenienze “innocenti”. Anche perché essendo, come detto, migliaia i contenitori ogni giorno in transito da un porto abbastanza grande, sarebbe sciocco immaginare che vengano ispezionati ad uno ad uno sventrando il carico. Sarebbe una follia dal punto di vista logistico, pensate al bailamme che ci sarebbe in un porto come Livorno (o qualsiasi altro di tale rango) costretto a vagliare confezione per confezione un flusso di merce pari a 22mila tonnellate al giorno solo per i container più almeno il doppio allargando lo sguardo ai semirimorchi spediti via nave.

Insomma, i controlli si fanno prevalentemente utilizzando sistemi di “intelligence”: qualcosa che non quadra sul fronte del porto di provenienza, della società produttrice, di chi fa da intermediario, della tipologia di merce e via dicendo. Sempre tenendo conto che, eccetto le zone dove le cosche sanno di poter fare la voce grossa, alla criminalità organizzata conviene restare al di sotto dei radar anziché puntare al controllo. Basti pensare – è ancora l’esperienza del pm Gratteri nella lotta al narcotraffico internazionale – che una delle modalità soft si basa sul fatto di non nascondere la cocaina dentro il container bensì piazzarla in uno o due zaini subito dietro il portellone di chiusura: la si recupera appena sbarcata rompendo il sigillo e sostituendolo poi con uno identico “clonato”, dopo essersi impossessati del carico. Infrastruttura criminale la più leggera possibile, giusto un po’ di destrezza e un minimo di complicità anche solo nella forza lavoro operativa che possa interferire mettendo il naso nei controlli.

Mauro Zucchelli

Pubblicato il
21 Giugno 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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