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AVEVA 88 ANNI

Il mare perde la sua “penna”: si è spento il giornalista Antonio Fulvi

Cronista alla "Nazione", per oltre mezzo secolo direttore della “Gazzetta Marittima”

Il nostro Antonio Fulvi accanto alla foca monaca (di plastica) presente in Capraia: l’ha inviata lui in redazione venerdì scorso per commentare ironicamente un suo corsivo, l’abbiamo scelta – insieme ad alcuni familiari – per ricordare la passione scanzonata per il mare che caratterizzava Antonio

LIVORNO. Il cuore del nostro collega Antonio Fulvi si è fermato per sempre: aveva compiuto 88 anni – nel giorno di san Giorgio – ma con un piglio salmastro e ragazzo che gli faceva amare comunque la voglia di libertà che può darti la moto e, soprattutto, può darti il mare. Per via di una brutta caduta mentre era nella “sua” Capraia era stato ricoverato in rianimazione: per un po’ era emerso anche lì il suo carattere ironico e scherzoso, poi le condizioni si sono aggravate e nel pomeriggio di martedì 22 la fine.

Prima ancora di riprendere in mano qualcuno fra le migliaia e migliaia di articoli scritti, vale la pena di affidarsi a un numero: era arrivato al timone di questo giornale economico-portuale poco dopo la fondazione, alla fine degli anni ’60, quando l’Italia aveva Saragat al Quirinale, il governo balneare Rumor era il successore del governo balneare Rumor, Lev Yashin era il portierone sovietico, la Fiorentina vinceva il campionato e Gigi Riva era i goleador di sempre. Ha mandato in stampa migliaia e migliaia di numeri dell’edizione cartacea, dovrebbe trattarsi di qualcosa come 40-50mila pagine. Da appena prima che il container facesse capolino a Livorno (e lo rendesse il primo porto del Mediterraneo) fino alle prove tecniche di Darsena Europa e pure l’intelligenza artificiale.

Difficile trovare un caso simile nella stampa made in Italy: più di 55 anni filati. Cioè: non solo quasi il triplo del “regno” di Eugenio Scalfari a “Repubblica” o di Indro Montanelli al  “Giornale”, più del doppio di Luigi Albertini al “Corriere”. Ma non lo superano neanche figure leggendarie del giornalismo locale di provincia come Baldassarre Molossi alla “Gazzetta di Parma” per 35 anni, Mimmo Angeli al “Corriere Mercantile” per una quarantina d’anni, Carlo Alberto Tregua al “Quotidiano di Sicilia” da 47 anni o don Andrea Spada all’”Eco di Bergamo” per 51 anni.

Non solo: in tandem con la guida della “Gazzetta Marittima”, è stato per una vita cronista del quotidiano fiorentino “La Nazione”: la gavetta l’aveva cominciata poco più che ragazzo, diciannovenne, alla fine degli anni ’50, in sella alla “MotoMorini” per l’andirivieni fra la casa (momentaneamente) a Pisa e il lavoro a Livorno. Facendo ovviamente di tutto: che si trattasse del giro di “nera”, di sistemare quel che arrivava dai corrispondenti o di occuparsi di qualche bega amministrativa.

Poi l’animo marinaresco lo porterà a seguire le notizie di Capitaneria, le questioni economiche legate al mare, gli intoppi nella ricostruzione del porto e le prime novità nel trasporto marittimo, comprese strane flotte che si ipotizzava costituite da navi-madri dalle quali si staccavano navi-figlie più piccole…

Del resto, è una questione di dna: Antonio Fulvi aveva alle spalle tanto dal versante materno che da quello paterno famiglie di ammiragli. Dunque, non desta meraviglia se il mare non lo intendesse semplicemente come una sorta di “Monopoli” sull’acqua nel segno del risiko economico tra potentati. Il mare è lo spazio dell’infinito che si solca a bordo soprattutto di un gommone.

Settant’anni di giornalismo sia sulla “Nazione” che sulla “Gazzetta Marittima”. E non è un modo di dire: basti pensare che l’ultimo “avatar” l’abbiamo pubblicato venerdì scorso (ed è dedicato ai tempi lenti della portualità labronica) e che quello stesso giorno, meno di una settimana fa, era sua l’apertura dedicata alla battaglia in difesa della piccola nautica (alla quale solo qualche giorno prima aveva riservato un corsivo dei suoi).

Per rendergli omaggio in una immagine, ecco l’ultimo scatto condiviso con alcuni familiari: lo ha mandato Antonio in redazione pochissimi giorni fa, una sorta di commento al suo “avatar”, col sorriso ma beffardo.

Fosse qui in redazione, al computer accanto, mi direbbe di piantarla con questi toni ampollosi del menga (cit.), borbotterebbe qualcosa per mandarmi a quel paese finché non avessi capito che il suo “pezzo” migliore era stata forse l’idea di quell’avventura in solitaria – come un cavaliere solitario, appunto, ma in “sella” a un gommone – che l’aveva portato nel ’69 a percorrere duemila miglia per attraversare da solo il Mediterraneo: era la prima volta che qualcuno s’incaponiva a buttarsi in una impresa simile, nient’altro che un gommone e lui in mezzo a quel nulla blu che però per lui era tutto. Ne era nato un libro: titolo “Duemila miglia in gommone. Attraverso il Mediterraneo in solitario”. Lo ristamperà anche Mondadori ma la pubblicazione cult per gli appassionati è la copia del ’70 dell’editore Nistri Lischi nella collana “Il Tagliamare” diretta dall’indimenticato giornalista esploratore Mauro Mancini (morto tragicamente in una impresa con Ambrogio Fogar). Quel libro andrà a un soffio dalla consacrazione nel premio Bancarella Sport: un racconto di mare ma anche quel tot di verve ironica labronica che non guasta…

Non è stata l’unica avventura di questo tipo e non è stato l’unico libro di questo genere. Arriveranno – anche in popolarissime collane come gli Oscar Mondadori – titoli come “In groppa al mare. Manuale del gommone” (prima edizione nel 1969, poi nel 2001 il bis con “Il nuovo In groppa al mare”); “Il camping nautico” (anno 1973); “Guida e manovra delle imbarcazioni da diporto” (datato 1975), “Storia illustrata dei mestieri del mare” (con Stefano Casini Benvenuti e altri, nel 2020), ma anche “Yacht Club Livorno, i nostri primi 40 anni” (con Michela Berti) e “Livorno l’anticonformista” (con Giuseppe  e Fabrizio Valbonesi) e aveva tradotto, sempre in nome della passione per i canotti pneumatici, “Il libro del gommone” scritto a metà anni ’70 da John Watney, solo per citarne alcuni.

Quell’epopea da esploratori l’aveva in parte rievocata pochi giorni fa ricordando Aldo Spadoni. Così raccontava Antonio, quasi per saldare un vecchio debito di amicizia personale: «Eravamo alla fine degli anni ’70 quando alla guida di una strombazzata impresa nautica tra l’Uganda e l’Egitto (le allora inesplorate sorgenti del Nilo in gommone) il sor Aldo mi fece affidare tutto il materiale diretto in Uganda proprio alla prima, sconosciuta navicella di Aponte, che portò tutto – non senza traversie – fino a Mombasa, e da qui fino a Kampala in camion. Fu l’impresa più grande della mia impresa, perché c’era guerriglia, c’erano imboscate via mare e via terra». Semplicemente per dirgli: «Grazie di tutto». Ecco, adesso che è dall’altra parte del fiume, potremmo gridarlo anche noi o, come ha fatto lui col “sor Aldo”, scriverglielo sulla “Gazzetta Marittima”: «Grazie di tutto». E ricordati di mandare il corsivo prima di sabato, ci contiamo. Non fare il bischero; come diceva un vecchio caporedattore che fu, sei venuto a portarmi le notizie o le scuse? Prima di sabato, dunque…

 Appena la famiglia ne darà notizia, pubblicheremo data e luogo dei funerali così da consentire di dare a Antonio l’ultimo abbraccio da parte di chi ne ha apprezzato i quasi settant’anni di lavoro, lo stile ironico, le qualità professionali e umane. Intanto, giunga alla famiglia l’abbraccio della “Gazzetta” di Antonio.

Pubblicato il
22 Settembre 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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