Greenpeace: militari italiani a Hormuz, spesa choc a difesa di petrolio e gas
L’associazione ecologista chiede di investire invece sulle energie rinnovabili

In navigazione la “Arctic Sunrise” la nave-simbolo di Greenpeace
ROMA. Partecipare alla missione internazionale per sminare lo Stretto di Hormuz (e schierarsi a protezione del transito del petrolio e del gas nell’area) «costerebbe all’Italia circa 10 milioni di euro al mese, tra spese per il carburante, logistica, supporto aereo, connessioni satellitari e indennità di missione per il personale». Lo dice Greenpeace Italia sulla base delle stime effettuate dall’Osservatorio Milex, presentate a Roma nella sala stampa di Montecitorio insieme all’Annuario Mil€x 2026 sulle spese militari italiane. L’associazione ambientalista parla di «conto salatissimo» che andrebbe a sommarsi ai «circa 824 milioni di euro che l’Italia spenderà nel corso del 2026 per missioni militari finalizzate in parte alla sorveglianza di piattaforme petrolifere o gasdotti e alla sicurezza del nostro approvvigionamento energetico fossile».
«È esattamente l’opposto di quello che andrebbe fatto, ovvero tassare le aziende fossili che stanno guadagnando dal caro energia e investire nelle rinnovabili»: le parole sono di Sofia Basso, “campaigner” pace e disarmo di Greenpeace Italia. Anziché agire per ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas (che «ci espone a continui shock energetici e alimenta la crisi climatica»), il governo Meloni – avverte – non fa altro che spendere «centinaia di milioni di euro per difendere con le armi le rotte delle fonti fossili, aggravando la sudditanza dell’Italia e togliendo risorse alla transizione energetica»:
L’organizzazione ecologista ricorda che pochi giorni fa le commissioni esteri e difesa di Camera e Senato hanno «riconfermato 50 missioni militari per il 2026 e ne hanno istituite due nuove, una in Iraq e l’altra in Somalia». Analizzando il loro mandato e le dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e militari, emerge – viene fatto rilevare – che «circa la metà di queste missioni ha un ruolo esplicito nella protezione di asset energetici, rotte petrolifere o del gas, o nel contrasto al contrabbando di petrolio».
In realtà, l’associazione ambientalista tiene nel proprio dossier a sottolineare che è «ormai apertamente riconosciuto anche dai vertici politici e militari» il fatto che il dispiegamento militare italiano «coincida in grande misura con la mappa del nostro approvvigionamento energetico (rigorosamente fossile)». Ad esempio, viene annotato che l’ex capo di stato maggiore della Marina Militare in un’audizione parlamentare del febbraio di tre anni fa aveva messo «in diretta relazione l’impegno militare italiano “a ovest nel Golfo di Guinea, a Est nella zona Mozambico e poi nel Golfo Persico” con la presenza dei gasdotti e delle rotte del petrolio». Idem per il ministro della difesa Guido Crosetto, in occasione della Giornata della Marina militare: Hormuz, Mar Rosso, Mediterraneo orientale e Indo-Pacifico sono «scenari in cui la libertà di navigazione si traduce direttamente nella sicurezza degli approvvigionamenti energetici». Così come il primo luglio davanti alle commissioni parlamentari – viene segnalato – era stato il numero uno del Comando operativo vertice interforze (Covi) a ribadire che la presenza navale costante della Marina militare italiana dal Golfo di Aden al Canale di Suez sia utile a contribuire a «preservare la regolarità dei flussi commerciali ed energetici».
Greenpeace Italia ha reso note le proprie stime relative agli ultimi cinque anni: le chiama “missioni fossili” e afferma che «sono costate all’Italia circa 4,2 miliardi di fondi pubblici». Dito puntato, ad esempio, contro:
- l’Operazione Mediterraneo Sicuro «per la sorveglianza e la protezione militare delle piattaforme dell’Eni nelle acque internazionali davanti alle coste libiche»;
- le attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea, «dove opera sempre Eni»;
- la missione europea Aspides per «proteggere dagli attacchi degli houthi i flussi di petrolio e gas nelle aree del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Arabico settentrionale».
Per Greenpeace tali missioni militari sono «il risultato della strategia fallimentare del governo Meloni»: lo ripete chiedendo di «smettere di investire in militarizzazione degli approvvigionamenti fossili» e, semmai, di «accelerare sulla transizione energetica, puntando su rinnovabili, efficienza ed elettrificazione nel nostro Paese», questa la sottolineatura di Sofia Basso.











