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Ponte Genova e la lezione incompresa

GENOVA – Tanto di cappello, bisogna riconoscerlo, alle imprese che hanno cancellato il relitto del ponte Morandi e pochi giorni fa hanno completato in tempo di record il sostitutivo ponte Renzo Piano. Ci andrei un po’ più piano invece – scusate il bisticcio con il nome del nuovo progettista – da parte delle autorità politiche nazionali che sono andate a farsi i selfie davanti al nuovo viadotto. Hanno tutti sventolato il miracolo compiuto da Fincantieri/Salini Impregilo in dieci mesi, con la prospettiva quasi fantascientifica di riaprire il viadotto entro luglio. Bene, bravi, bis. Ma non basterà il bis. Perché ci vorrebbero, secondo i poco edificanti conteggi che sono emersi proprio dopo la festa, esattamente 546 bis: tanti sono i cantieri ancora bloccati per la burocrazia del Codice degli Appalti ancora in essere malgrado i tentativi di “alleggerirlo” fatti negli ultimi due anni. Troviamo scritto che queste opere bloccate ci sono costate oltre 4 miliardi di euro, e che ne occorreranno almeno altri 2 miliardi per finirle. Dei disagi, spesso delle vere e proprie odissee che sono in atto per il mancato avvio di queste opere, parlano le realtà locali, ma sono voci che troppo spesso di fermano lì.

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Qualche altro dato, che ci riguarda anche sui porti. Per realizzare una strada, un ponte o un molo, oggi in Italia occorrono intorno ai 15 anni, di cui almeno 9 anni si perdono in carte da bollo, riassumibili nella demenziale burocrazia del codice: per il quale ogni opera è tendenzialmente un’operazione di mafia, salvo dimostrare – con tonnellate di documenti, quando basta – che invece è una risposta legittima al territorio. Per un porto poi, i tempi si allungano ancora, mentre nei paesi “normali” a volte un porto nasce in quattro o cinque anni, chiavi in mano. Come si faccia a vantarsi dell’operazione Genova di fronte a questi fatti, non riusciamo ad immaginarlo. È stato un capolavoro, certo. Ma questi capolavori non dovrebbero essere eccezionali in un paese che ha disperato bisogno di nuove strade, nuovi ponti, nuove ferrovie e nuove banchine.

Impossibile? Forse sì: e lo stesso ministro del MIT, la signora Paola de Micheli pochi giorni fa ha candidamente ammesso che l’operazione Genova “non è ripetibile”. A noi piacerebbe credere invece che con le tecnologie italiane invidiate da tutto il mondo, l’operazione Genova dovrebbe essere la norma o quasi. Basterebbe capovolgere il sistema attuale secondo il quale tutti gli italiani e le loro imprese sono mafiosi, salvo dimostrarlo. In un paese normale, dovremmo essere considerati tutti persone per bene, salvo prove in contrario. È utopia?

A.F.

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Pubblicato il
2 Maggio 2020
Ultima modifica
5 Maggio 2020 - ora: 10:18

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