Assab, l’ex porto coloniale italiano ora è diventata base strategica dell’Iran in Africa

La zona di Assab, sponda africana del mar Rosso nel canale di Suez a ridosso dello stretto di Bab el-Mandeb
Correva l’anno 1869 quando il missionario Giuseppe Sapeto, per conto della società genovese Rubattino, concluse l’acquisto della Baia de Assab da sultani locali, dando così inizio all’avventura coloniale italiana nel Corno d’Africa. La Società di Navigazione Rubattino apparteneva a Raffaele Rubattino, un armatore genovese fra i più importanti dell’epoca, che aveva avuto un ruolo determinante nel processo di unificazione nazionale, avendo messo a disposizione due imbarcazioni, la “Piemonte” e la “Lombardo”, affinché Garibaldi coi suoi mille arditi potesse raggiungere la Sicilia, partendo da Quarto.
A Rubattino non mancava il fervore nazionalista, né il senso degli affari, che condivideva, in gran parte, col governo italiano, al tempo guidato da Luigi Federico Menabrea. L’idea di una penetrazione al contempo discreta ma decisa dell’Italia in Africa rappresentava una nuova frontiera che andava percorsa, con tutta la prudenza del caso. Ciò che pareva interessare di più era proprio la Baia di Assab, visto che il taglio di Suez era appena avvenuto (novembre del 1869), e l’opportunità di controllare una rotta commerciale e marittima così strategica doveva essere sfruttata a beneficio dell’interesse nazionale (e di quello di Rubattino, naturalmente…).
Il problema politico-diplomatico principale, però, riguardava i rapporti con le due grandi potenze colonizzatrici, Inghilterra e Francia, con le quali l’Italia non poteva e non voleva entrare in conflitto. Si scelse, allora, una via molto “italiana” al fine di centrare un doppio obiettivo: posizionarsi nella nuova era coloniale, controllando i traffici che sarebbero passati dal Mar Rosso e da Suez, senza tuttavia utilizzare strumenti “classici”, quali occupazioni territoriali e guerre di conquista di stampo coloniale. E la scelta ricadde su una transazione commerciale che la Rubattino avrebbe dovuto portare a compimento, in accordo col governo italiano. Quando, a dicembre dello stesso anno, Giovanni Lanza sostituì Menabrea, i giochi, grosso modo, erano già fatti…
Per risolvere il busillis politico-diplomatico, si ritenne di dover utilizzare una figura al di sopra di ogni sospetto: e la scelta ricadde sul missionario Giuseppe Sapeto, un personaggio multiforme, ambiguo, tanto religioso quanto diplomatico, al servizio di Rubattino così come dell’intelligence italiana e di Santa Madre Chiesa. Il suo ordine – i lazzaristi – era stato fondato in Francia nel 1625, e aveva, come obiettivo principale, l’evangelizzazione dei poveri, soprattutto in ambiente rurale, con missioni rilevanti in Medio Oriente e nel Corno d’Africa. Giuseppe Sapeto conosceva diverse lingue locali, era rispettato da tutti in terra eritrea, ed era un fervente nazionalista e colonialista. La figura ottimale per portare a termine l’acquisto della Baia de Assab.

Luigi Federico Menabrea ha guidato uno dei primi governi dell’Italia sabauda dopo l’unificazione
La trattativa, secondo le cronache dell’epoca, non fu così complessa: i fratelli Hasan e Ibrahim ben Ahmad la cedettero per 6mila talleri di Maria Teresa (circa 30mila lire dell’epoca), dando di fatto inizio all’avventura coloniale italiana da quelle parti. Ci fu anche chi (Vincenzo Capotorti), per celebrare l’evento, scrisse una canzone-marcia, “L’Italia ad Assab”, forse la prima celebrativa della nuova grandezza espansionistica nazionale.
Il quadro si completò pochi anni dopo, quando il 10 marzo del 1882 il governo comprò Assab da Rubattino, per la cifra, al tempo notevole, di 416mila lire. Il guadagno di Rubattino, però, non fu tanto nell’operazione commerciale (negli anni, la società genovese aveva dovuto sostenere notevoli spese, sia per la manutenzione del porto che per tenere in pace i sultani locali), quanto nelle concessioni e nei contratti con lo stato italiano che ebbe successivamente, a mo´ di ringraziamento per l’operazione-Assab.
La posteriore espansione coloniale italiana in Eritrea – culminata in epoca fascista – contribuì a modernizzare il porto di Assab, collegandolo all’entroterra di quel che oggi è l’Etiopia, e trasformando lo scalo in un punto logistico strategico per il controllo dei traffici che passano, ancora oggi, dallo stretto di Bab el-Mandeb.
Se l’intuizione italiana delle fine dell’Ottocento fu notevole, dal punto di vista strategico e commerciale oggi Assab rappresenta uno snodo centrale della guerra che Iran e Israele hanno da alcuni anni spostato verso il Corno d’Africa. Una guerra a distanza (a volte molto ravvicinata) iniziata nel 1979, con la caduta dello scià, Reza Pahlavi, e l’ascesa dell’ayatollah Khomeini, poi sostituito da Kamenei, padre e figlio, e che è proseguita nel corso del tempo, fra alti e bassi, intensificandosi negli ultimi dieci anni.
La strategia africana dell’Iran consiste nell’uso di “proxies” (alleati) all’interno del continente: in Africa Orientale, è soprattutto il gruppo di Al-Shabaab (tradotto: “i giovani”) a rappresentare il principale riferimento dell’Iran. Formatosi intorno al 2006, all’epoca dell’occupazione etiope della Somalia, questo gruppo fu uno dei pochi a tentare di resistere alle forze di Adis Abeba, che avevano sconfitto l’Unione delle Corti Islamiche, che – secondo il governo etiope – avrebbero minacciato il territorio dell’Ogaden. Ben presto, la resistenza si trasformò in terrorismo di matrice musulmana, e Al-Shabaab divenne una presenza permanente in Somalia, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico. Quando l’Iran “riscoprì” l’Africa, pochi anni or sono, Al-Shabaab ne divenne il riferimento principale: un riferimento da curare, alimentare, formare.

Giuseppe Sapeto, una incredibile figura di missionario religioso ma anche un po’ agente segreto un po’ diplomatico
Oggi Al-Shabaab è uno dei gruppi terroristici meglio equipaggiati e finanziati di tutta l’Africa. E il porto di Assab è strategico, poiché le merci (droni, strumenti tecnologici, armi) arrivano proprio ad Assab, per poi essere distribuiti, attraverso piccole imbarcazioni chiamate “dhow”, in legno e con vele triangolari, sia verso gli houti dello Yemen che a sud, appunto verso Al-Shabaab.
Il porto, controllato dalle autorità di Asmara, è costantemente minacciato dall’Etiopia, che cerca uno sbocco al mare, ed è una buona alleata di Israele. Non a caso, varie di queste imbarcazioni sono state affondate, negli ultimi anni, da parte della marina militare americana. Nel 2024, per esempio, la Navy Seals ha intercettato e affondato una “dhow” che caricava componenti di missili balistici di produzione iraniana destinate agli houti; tali affondamenti si sono moltiplicati nelle ultime settimane, sempre da parte del Centcom (Comando Centrale degli Stati Uniti, con competenza nel Medio Oriente e in Egitto).
In questo contesto, il porto di Assab – sottoutilizzato per fini commerciali, visto che l’Etiopia preferisce servirsi del porto di Gibuti, ultramoderno ed efficiente – è ormai diventato uno scalo fondamentale per la logistica di sostegno iraniano alle sue “proxies” africane (e agli houti). Ma, con la crisi in corso, Assab potrebbe riassumere l’importanza che aveva al tempo di Rubattino e del controllo italiano dello scalo: Assab si trova a soli 50 chilometri dallo Stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden a all’Oceano Indiano. Da qui, passa circa il 10% del petrolio a livello mondiale, e chi controlla Assab controlla, in larga misura, tutto ciò che passa dal Canale di Suez.
Il fatto che l’Eritrea sia uno dei principali alleati dell’Iran non lascia presagire niente di buono, per questa parte del continente africano…
La crisi di Hormutz, insomma, potrebbe ripetersi per Bab el-Mandeb, se la situazione dovesse ulteriormente aggravarsi, allargando il conflitto anche verso il Corno d’Africa. Che di conflitti, francamente, non ne avrebbe alcun bisogno.
Luca Bussotti
(professore ordinario visitante, Universidade Federal do Espírito Santo, Vitória, Brasile; Universidade Técnica de Moçambique, Maputo, Mozambico)











