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LA “PORTI SPA”

Riforma, dalle Regioni arriva il sì (quelle di centrosinistra votano contro)

Boni: ogni anno un taglio di 20 milioni ai fondi dell’Authority livornese

L’ingresso di una portacontainer nel porto di Livorno in Darsena Toscana

ROMA. La Conferenza della Regioni ha detto sì alla riforma della portualità che punta a marcare l’identikit del governo delle banchine nell’era del centrodestra. L’ha fatto a maggioranza, seguendo la geografia degli schieramenti in Parlamento: hanno votato no le Regioni in mano al centrosinistra (Toscana, Campania, Emilia-Romagna, Puglia e Sardegna) mentre il centrodestra ha fatto quadrato e ha potuto dare semaforo verde, contando sui numeri (in Italia governa in 13 regioni la destra, in sei la sinistra e in una gli autonomisti).

È evidente che la coalizione di centrodestra voglia portare a casa in tutti i modi qualcosa che possa essere presentato all’attivo in campagna elettorale sul fronte delle riforme: l’autonomia differenziata ha visto il progetto globale incagliarsi alla Consulta ed essere “resuscitato” con le “pre-intese” per non restare proprio al palo; il premierato è ancora lì dov’era; la riforma della giustizia è naufragata con il referendum. Adesso la riforma della portualità può essere presentata come un obiettivo perseguibile prima che la legislatura si concluda.

D’altronde, va detto che l’esigenza di dare una qualche forma di coordinamento ai progetti infrastrutturali non è poi così campata per aria: una forma di “regìa” a livello nazionale. Cammin facendo la riforma ha corretto il tiro, visto che il governo era in difficoltà a mettere sul tavolo un pacco di soldi veri e aveva avuto la pensata di prelevarli dalle casseforti delle Autorità di Sistema: se pensiamo che gli investimenti devono passare al vaglio di vari uffici ministeriali per i differenti passaggi necessari, a cominciare da quelli ambientali, sarebbe bastato far funzionare ancora più lentamente la burocrazia romana per ritrovarsi con un gruzzoletto per le spese mancate da parte delle varie istituzioni territoriali.

È da aggiungere che, in un clima così polarizzato, chissà se fra poco, in nome della razionalizzazione della spesa e del rischio di sovracapacità dell’offerta di terminal, ci verranno a spiegare che la Darsena Europa è meglio lasciarla a metà (mentre giustamente su Genova vale la pena di concentrare, fra “gronda”, tunnel, diga e tutto il resto, quasi quanto un ponte sullo stretto…).

Fulcro della riforma – viene sottolineato – è la costituzione della “Porti d’Italia spa”, presentato come «unico soggetto nazionale deputato allo sviluppo e alla promozione della rete italiana della portualità», con «competenze sugli investimenti strategici di rilevanza internazionale e nazionale sulle aree del demanio marittimo ricomprese nelle circoscrizioni delle Autorità di Sistema Portuale».

Nella nota ufficiale in cui la Conferenza delle Regioni annuncia il proprio via libera si segnala una «preoccupazione più volte manifestata dalle Regioni»: il pericolo cioè che «la riforma imponga una centralizzazione della governance portuale a danno dell’autonomia delle Autorità di sistema, con un insufficiente coinvolgimento dei territori nella destinazione delle risorse». Resta da capire anche quanto tutto questo possa entrare in rotta di collisione con il titolo quinto della Costituzione, che indica i porti come materia in cui il governo centrale e le Regioni concorrono insieme alle decisioni: non è escluso che la faticaccia del viceministro Edoardo Rixi nel cucire i fili di dialogo con il fronte dei governi regionali punti a proteggersi su questi fianco.

Il viceministro Edoardo Rixi

Sta di fatto che la Conferenza Unificata precisa di aver dato parere positivo in maniera «condizionata all’accoglimento di una serie di emendamenti discussi e condivisi nelle varie occasioni di incontro con il viceministro Edoardo Rixi e i tecnici del ministero». Le richieste regionali, cosa riguardano? Nella fattispecie: «La gestione della manutenzione straordinaria (da lasciare in capo alle Autorità portuali), la ricognizione dei fabbisogni, e in particolare la composizione degli organi di vigilanza e gestione», viene specificato. Vale la pena di ricordare che, oltre a «tali emendamenti già condivisi con il ministero», si aggiunge anche la richiesta di considerare il ruolo delle Regioni cosiddette “retroportuali”, quelle cioè senza sbocco sul mare: chiedono di avere voce in capitolo con «una rappresentatività all’interno del Comitato di gestione».

Nel frattempo viene data notizia che è stato approvato il decreto che rifinanzia il “Fondo per le infrastrutture portuali”: soldi destinati alle opere infrastrutturali nei porti di rilevanza nazionale. Con l’intesa tra Stato e Regioni – viene sottolineato – è stato così «approvato il programma di interventi sino al 2035 per un importo complessivo di oltre 357 milioni di euro». Quattordici le opere beneficiarie: quattro afferenti al porto di Ancona e tre al porto di Ortona, due al porto di Venezia e un intervento rispettivamente per Gioia Tauro, Napoli, Pesaro, Trieste Noghere e Tremestieri. Se guardiamo al colore politico delle giunte regionali di riferimento territoriale, il centrodestra fa cappotto (13-1)

È da segnalare che la Regione Toscana ha reso pubbliche le ragioni del proprio “no”: l’impostazione della riforma, «così com’è scritto», potrebbe introdurre «meccanismi che determinerebbero accentramenti competenze e riallocazioni di risorse tali da comprimere il ruolo delle attuali Autorità di Sistema Portuale», dicono dal quartier generale della giunta toscana (di centrosinistra). Si ritiene che «questo causerebbe l’indebolimento della capacità di programmazione, gestione e sviluppo degli scali con possibili ricadute sul sistema portuale regionale e sull’economia della costa toscana, con particolare attenzione alle infrastrutture strategiche di Livorno e Piombino».

Filippo Boni, assessore Regione Toscana a infrastrutture e trasporti

L’assessore Filippo Boni segnala che, «se approvato con questa formulazione», il decreto «indebolirebbe il sistema portuale toscano: fa riferimento a un dossier di Assoporti, l’organizzazione di categoria che raggruppa le istituzioni portuali, per ribadire che «con la riforma attualmente in discussione  l’Authority livornese «perderebbe circa 20 milioni di euro all’anno, che verrebbero trasferiti alla “Porti d’Italia spa”» con una «riduzione del personale stimata nell’ordine del 25%».

«Avevamo auspicato – afferma l’assessore toscani – un maggiore coinvolgimento delle Regioni nella governance portuale, invece il governo ha preferito l’istituzione di una società per azioni». Per Boni il “no” va letto come «il pressante invito a rivedere la norma prima dell’approvazione». La Regione Toscana vuol portare sotto i riflettori il fatto che «in una fase particolarmente delicata per la portualità toscana e per tutto il sistema industriale della costa» si ritiene «inopportuno e sostanzialmente controproducente» introdurre cambiamenti normativi che rischiano di «compromettere l’operatività e le attività di gestione delle Autorità di Sistema». Questo rischia, a giudizio di Boni, di «rallentare i processi operativi attualmente in corso ed allontanare scelte e decisioni dai territori interessati e da chi è chiamato poi ad attuarle».

Serracchiani (Pd): il sì delle Regioni in nome dell’obbedienza di schieramento

Sulla riforma della portualità interviene, anch’essa da sinistra, Debora Serracchiani, ex presidente della Regione Friuli Venezia Giulia e deputata dem attenta alle questioni portuali, in particolare triestine: «Si sta privilegiando l’obbedienza alla filiera della maggioranza pur di andare avanti senza ascoltare e senza discutere sul serio. Si è allineato anche il Friuli Venezia Giulia, che pure con il voto all’unanimità del consiglio regionale aveva dato indicazioni precise alla giunta Fedriga per la tutela del porto di Trieste».

Dice l’esponente Pd: «Una riforma che divide le Regioni è sbagliata, il governo continua a non tener conto dei rilievi dei territori e di molti soggetti portatori di interessi». Aggiungendo poi: «I porti italiani sono sempre più a rischio commissariamento e Trieste più di tutti è esposto al pericolo di essere spogliato dei suoi asset più competitivi».

M.Z.

Pubblicato il
24 Luglio 2026
di M.Z.

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