Così i paesi si trasformano in un deserto senza negozi né bar o benzinaio
L’apocalisse del piccolo commercio: le idee per sconfiggerla

Commerciante di un piccolo negozio di alimentari
ROMA. Perfino il bar devi andartelo a cercare altrove, nel paese accanto o in quello ancora più in là. Non si contano affatto sulle dita di una mano i casi di questo tipo: di mani ne servirebbero più di cento, perché sono 566 i Comuni del Bel Paese che hanno visto chiudere pure l’ultimo bar. Complessivamente sono 265mila le persone che non hanno più neanche questo presidio minimo di socialità locale e adesso non ne hanno più neppure uno.
È un “virus” economico o sociale che riguarda i bar? Manco per idea: il vuoto nella rete delle attività di prossimità è ancor più drammatico negli altri servizi di base all’insegna della quotidianità. Nel nostro Paese quasi 3 milioni di persone abitano in un Comune senza distributore di benzina, due milioni e mezzo non possono contare su una tabaccheria e più di un milione e mezzo non hanno nel proprio territorio municipale né un minimarket né una minima botteguccia per comprare qualcosa da mettere in tavola a pranzo o a cena. Al tirar della riga del totale, sono più di un migliaio i piccoli Comuni costretti a fare a meno pure del negozio di alimentari in sede fissa. Per la precisione, sono 1.064: cioè uno ogni otto.
Non potrebbe essere più scioccante quel che salta fuori dal dossier sulla “desertificazione commerciale”: la fotografia l’ha scattata Confesercenti passando ai raggi x i dati delle istituzioni camerali. È un preoccupatissimo grido d’allarme quello lanciato da Confesercenti in occasione dell’assemblea nazionale che ha visto Nico Gronchi essere eletto all’unanimità al timone dell’organizzazione come presidente.
Il report indica che negli ultimi sette anni «sono sparite complessivamente 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar». Inutile dire che è un danno per l’economia e l’occupazione, ma il contraccolpo è anche per la dotazione di servizi che un territorio può garantire ai propri cittadini: lo sottolinea l’organizzazione dei commercianti che in quasi tre casi su quattro (72mila) queste attività perdute funzionavano anche come “attività di prossimità di base”. Cioè: negozi ed esercizi che garantiscono l’accesso ai beni e ai servizi essenziali per la vita quotidiana, dall’alimentare ai pubblici esercizi fino ai servizi alla persona.
In concreto, cosa? Confesercenti le enumera così: forni, panetterie e piccoli alimentari, fruttivendoli, macellerie, pescherie, bar, tabaccherie, distributori di carburante, ferramenta, librerie, edicole, negozi di abbigliamento e calzature, barbieri e parrucchieri. Tanto per avere una idea di quanto si sia rattrappita la possibilità di poter contare su servizi commerciali di base, vale la pena di ricordare che in appena sette anni – dal 2019 del pre-Covid fino a oggi – sono stati più di cinquemila, per l’esattezza 5.103, i Comuni italiani in cui è scomparsa completamente almeno una tipologia di attività di prossimità di base che prima era presente. Oltre cinquemila Comuni su meno di 8mila: due su tre, insomma.
Il dossier messo nero su bianco dall’organizzazione di categoria, per mostrare l’impatto effettivo, ficca il naso dentro i numeri globali per scoprirne le conseguenze tangibili. Ad esempio, ormai più di un italiano su sei se vuol comprare il giornale deve andarsene in un altro paese perché nel suo l’edicola non c’è più: capita a più di dieci milioni di cittadini che che vivono nei 4.884 comuni senza edicola. Non basta: 8,4 milioni di persone hanno casa in uno dei 4.425 Comuni – più della metà – in cui non c’è più nemmeno un negozio di frutta. Di più: nei piccoli centri, uno su due è rimasto senza macellaio e va poco meglio con le pompe di benzina (il 45,7% dei centri minori è senza distributore di carburante).

Negozio con la saracinesca quasi abbassata
State pensando che è un calvario riservato a paesini talmente piccoli che bisogna rassegnarsi alla sparizione degli esercizi commerciali: in effetti – lo ribadisce Confesercenti – «tutti i 566 Comuni italiani senza nemmeno un bar hanno meno di 5mila abitanti, idem per tutti i 1.337 comuni senza barbiere o parrucchiere.
Sia chiaro, però, che la desertificazione non si ferma però ai borghi piccini picciò: «Tra i Comuni fra 15mila e 50mila abitanti, 140 non hanno un negozio specializzato nella vendita di pane, 138 non hanno una pescheria, 97 una libreria, 24 un’edicola e 8 nemmeno una macelleria». Aggiungendo poi: «Assenze di attività di prossimità di base si registrano perfino nella fascia tra 50mila e 250mila abitanti».
Talvolta non è solo questo o quel singolo servizio che manca, è proprio buona parte della rete dell’insieme dei servizi che ha ormai maglie talmente slabbrate da creare preoccupazione (e magari la spinta a trasferirsi in cittadine più grandi e attrezzate).
L’indagine di Confesercenti è spietata. «In alcuni territori – viene messo in risalto – non manca un servizio: ne manca quasi tutta la rete. In 4.909 comuni italiani, oltre sei su dieci, sono assenti almeno 10 delle 21 tipologie di attività di prossimità di base considerate: ci vivono 8,2 milioni di persone. In 2.741 comuni, con oltre 2,5 milioni di residenti, ne mancano almeno 15. All’estremo della desertificazione ci sono 178 comuni, abitati da oltre 42mila persone, in cui non è presente nessuna delle 21 attività di base. E in 469 comuni, per quasi 150mila residenti, ne resta al massimo una».
Al di là di quanto mette in chiaro la ricerca di Confesercenti, la “desertificazione commerciale” non è una bega di categoria. E se è vero che qui si è parlato finora di piccoli centri, talvolta piccolissimi e al di sotto dei mille abitanti, non si può dire che le città siano esenti da questo problema: si pensi allo “tsunami” di saracinesche abbassate che a ondate contagiano questa o quella via anche del centro, si pensi ai recentissimi interventi pubblici con cui a Livorno sia Confesercenti che Confcommercio sono scesi in campo sulla questione dei fondi commerciali sfitti. Si pensi, soprattutto, a cosa significa in termini di vivibilità il fatto che una strada sia contrassegnata da negozi aperti, vivi e vivaci, o sia ridotta a una sequenza di saracinesche ormai giù da anni con la relativa sfilza di “vendesi”…

Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti
La “desertificazione commerciale” è il frutto di una lunga crisi che he alle spalle gli sconquassi di «una lunga stagione di instabilità». Basti pensare che, a dar retta alle stime di Confesercenti, «negli ultimi quattro anni guerre e tensioni internazionali hanno eroso ricchezza, in termini di Pil, per circa 2.400 euro a famiglia». Nell’insieme la “torta” dei consumi è stata drasticamente ridimensionata: 34 miliardi in meno, e tale indebolimento del mercato interno non fa altro che «mettere sotto pressione le imprese e accelerare la “desertificazione commerciale”». Non c’è solo la “torta” che di restringe, c’è anche il fatto che qualcun altro se ne porta via un bel pezzo: «Tra il 2019 e il 2025 la “desertificazione commerciale” e la crescita delle grandi piattaforme hanno sottratto alle economie locali circa 16,7 miliardi di euro».
C’è anche un altro numero a dirlo: nel corso del 2026 – viene evidenziato – «per ogni negozio che ha aperto si sono registrate quasi tre chiusure».
Cosa propone Confesercenti per far fare dietrofront a questa tendenza negativa? Il presidente Gronchi indica tre direttrici. A cominciare da una idea di rigenerazione urbana. In ballo c’è una proposta di legge di iniziativa popolare che ha visto l’organizzazione di categoria raccogliere più di 50mila firme. Qualche idea? Uno: incentivi per chi apre o rileva attività nei territori fragili. Due: sostegno alle locazioni commerciali. Tre: riuso degli spazi vuoti. Quattro: autorizzazioni più semplici. Un poker di proposte alle quali dare ossigeno concreto mediante «un fondo nazionale, finanziato anche attraverso una revisione della fiscalità sui grandi operatori del web».
E le altre due proposte in ballo? L’una: si chiama “Italia Semplice” ed è il progetto per «rendere più efficienti i servizi a imprese e cittadini attraverso la certificazione dei processi burocratici e sportelli, piattaforme e call center riconoscibili dalla sigla Is». Confesercenti annuncia che partirà dai propri servizi, chiedendo ad amministrazioni, enti pubblici e banche di fare altrettanto: è «una semplificazione efficace potrebbe far recuperare lo 0,9% di Pil e consentire alle imprese risparmi per 7,5 miliardi di euro». L’altra: un patto generazionale che si fonda su pilastri costituiti da 1) incentivi all’occupazione giovanile e femminile; 2) accesso al credito e alla casa; 3) formazione e sostegno alla natalità. Gronchi propone che gli oltre 7 miliardi di eccedenze del “Fondo di Integrazione Salariale” presso l’Inps abbiano una destinazione specifica ben individuata: «una staffetta generazionale che accompagni gradualmente i lavoratori senior verso la pensione e favorisca l’assunzione di giovani, con borse di formazione in intelligenza artificiale e tecnologia finanziate dai fondi interprofessionali».
Queste le aspettative con cui, parola di Gronchi, Confesercenti guarda alla prossima legge di bilancio sotto il segno della concretezza (oltre alla riduzione del cuneo fiscale, al contrasto al “dumping contrattuale” e a «interventi capaci di ridurre concretamente il costo dell’energia per famiglie e imprese»)
- detassare per tutti i primi mille euro della tredicesima,
- rendere strutturale la detassazione degli aumenti previsti dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni realmente rappresentative,
- introdurre crediti d’imposta per l’innovazione e l’intelligenza artificiale.











