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TERREMOTI

Scoperta una cavità nascosta nel “ventre” dei Campi Flegrei in subbuglio

Scienziati pisani nella ricerca che getta nuova luce sui flussi del magma

Da sinistra: Giacomo Rapagnani, Anthony Salvatore Cappetta (Master student Unipi), Francesco Grigoli, Giulio Pasucci (dottorando Unipi), Emanuele Bozzi (Postdoc Unipi)

PISA. Una «cavità nascosta sotto i Campi Flegrei» mai individuata prima: laggiù, a poco più di tre chilometri e mezzo di profondità, cioè «relativamente vicina alla superficie». In grado di mettere in comunicazione con le fumarole superficiali di Solfatara e Pisciarelli – viene fatto rilevare – «il serbatoio profondo responsabile del sollevamento del suolo». L’identikit è ancor più dettagliato: è «lunga circa un chilometro, larga circa 650 metri con uno spessore medio di 35 centimetri e un volume complessivo intorno ai 220mila metri cubi». Da aggiungere che dalle analisi non è stato ancora chiarito con certezza il contenuto: «forse gas ad alta pressione o fluidi magmatici».

L’indizio per fare la scoperta pare sia stato il fatto che la cavità «risuona nello stesso modo dal 2018». Comunque sia, una équipe internazionale di cui fa parte l’Università di Pisa l’ha scoperta e la ricerca è stata pubblicata su “Nature Communications Earth and Environment”: lo studio nasce dalla collaborazione degli studiosi pisani con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e il Gfz Helmholtz Centre for Geosciences di Potsdam. Gli autori sono Giacomo Rapagnani, Simone Cesca, Gilberto Saccorotti, Gesa Petersen, Torsten Dahm, Francesca Bianco e Francesco Grigoli.

La mappa dell’attività sismica nei Campi Flegrei: in arancione e in rosso i terremoti dal 23 aaprile scorso in poi, spesso avvertibili solo dagli strumenti e non dalla popolazione, La mappa è tratta dal sito Ingv, che svolge una preziosa attività di informazione pubblica: si veda www.ingv.it

Dal quartier generale dell’ateneo toscano si mette in rilievo che la ricerca «apre nuove prospettive per comprendere l’evoluzione del sistema vulcanico e valutare meglio i rischi associati»: più che mai d’attualità in questi mesi in cui quella zona è tornata alla ribalta delle cronache per una rilevate ripresa dell’attività.

I Campi Flegrei, situati nel Golfo di Napoli, nella zona a nord ovest della metropoli, sono tra «i complessi vulcanici più monitorati al mondo». Viene spiegato che «dal 2005 l’area è interessata da una nuova fase di sollevamento del suolo, nota come bradisisma, accompagnata da terremoti di intensità crescente. L’evento sismico più forte, di magnitudo Md 4.6, è avvenuto il 30 giugno 2025» dicono da Pisa. E comunque il 18 luglio scorso se ne è avuto un altro di magnitudo 4.0. Il monitoraggio Ingv dice che negli ultimi due anni si sono contati qualcosa come 11mila eventi sismici, perlopiù di livello minimo e dunque percepibili sono dagli strumenti ma ben 61 hanno fatto registrare una magnitudo tale (almeno 3.0) da essere ben avvertibile dalla popolazione.

«Abbiamo individuato la cavità grazie all’analisi di segnali sismici di lunghissimo periodo (Vlp)», spiega Giacomo Rapagnani, dottorando dell’Università di Pisa e primo autore dello studio: «Questa struttura risuona sempre alla stessa frequenza (0,114 Hz) da almeno sette anni, segno che le sue dimensioni e la sua composizione sono rimaste stabili nel tempo. Si tratta di un indizio prezioso per comprendere come si evolvono i flussi di fluidi nel sottosuolo e individuare eventuali segnali di variazione strutturale che potrebbero indicare un aumento del rischio vulcanico».

Sempre secondo il monitoraggio dell’Ingv, questi sono i terremoti di magnitudo almeno 3.0 nei Campi Flegrei negli ultimi cinque mesi. In genere questi eventi sismici dovrebbero esser stati avvertiti dagli abitanti della zona

Rapagnani segnala che il team ha analizzato «oltre cento terremoti avvenuti dal 2018 a oggi». Cosa ne è saltato fuori? «In coincidenza con i terremoti più intensi – afferma – si attiva una “risonanza” a bassa frequenza che ha rilevato appunto l’esistenza della frattura. È un comportamento simile a quello osservato in altri vulcani attivi, ma mai documentato prima nei Campi Flegrei».

Francesco Grigoli, coautore dell’articolo e professore di geofisica dell’Università di Pisa, sottolinea: «Questo studio evidenzia come lo sviluppo e l’applicazione di tecniche sofisticate per l’analisi dei dati sismologici siano fondamentali per comprendere a fondo processi geofisici complessi, come i terremoti e le eruzioni vulcaniche. Solo spingendo al limite le nostre capacità di analizzare grandi quantità di dati eterogenei possiamo migliorare la comprensione di questi fenomeni e mitigare con maggiore efficacia i rischi a essi associati».

Pubblicato il
5 Agosto 2025
di GIULIANO DONATI

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