Il Mediterraneo che cambia: serve l’alleanza fra ricerca scientifica e decisori politici
In conclave a Livorno ricercatori, amministratori e operatori del mare

Convegno organizzato a Livorno al museo provinciale di via Roma
LIVORNO. Come garantire la sicurezza della navigazione e, al contempo, la preservazione degli ecosistemi? Con il monitoraggio e con modelli predittivi. Cioè: non c’è solo da raccogliere dati, ma da costruire una vera e propria “maglia connessa”. L’ha sottolineato da Carlo Brandini del Consorzio Lamma nel workshop organizzato al museo di storia naturale di Livorno. Titolo: “Il mare che cambia: Osservare, capire e agire con Sea(ste)mar”. In “conclave” una schiera di ricercatori, amministratori e operatori del mare che hanno messo al centro del dibattito «una realtà ormai innegabile: il Mar Mediterraneo sta mutando rapidamente sotto la spinta dei cambiamenti climatici e delle attività umane».
L’iniziativa ha confermato che la protezione del mare ha bisogno di «una modellistica all’avanguardia e di una comunicazione costante tra chi produce il sapere scientifico (come il Consorzio Lamma o l’Università di Siena) e chi deve prendere decisioni politiche». Il progetto – è stato poi ribadito nelle conclusioni – continuerà il suo percorso con l’obiettivo di consegnare ai territori «strumenti di allerta in tempo reale e protocolli condivisi che rendano il Mediterraneo sicuro per l’uomo e allo stesso tempo ospitale per le specie marine che lo abitano».
Il progetto “Sea(ste)mar” è un’iniziativa transfrontaliera in collaborazione tra Italia e Francia: nasce proprio dall’esigenza di non farsi trovare impreparati di fronte a queste mutazioni, com’è stato detto a più riprese nel corso del confronto.

Il santuario Pelagos ospita numerose specie di mammiferi marini
Nel territorio livornese – è stato messo in evidenza – si concentrano tanto un intenso traffico marittimo-portuale di persone e merci ma anche «la straordinaria biodiversità del Santuario Pelagos, un’area marina protetta che oggi è considerata un vero “hotspot” del cambiamento climatico»: c’è da trovare un equilibrio. È su quest’aspetto che ha speso il proprio intervento l’assessore Giovanna Cepparello, titolare delle delega all’ambiente nella squadra del sindaco livornese Luca Salvetti, sottolineando come «la frammentazione istituzionale sia il primo ostacolo da superare»: nessuna istituzione da sola può affrontare queste sfide, – questo il filo rosso del suo ragionamento – la collaborazione è «la chiave per trasformare la scienza in coscienza e poi in azione». Per Cepparello è fondamentale che la politica sappia guardare oltre l’immediato: «La politica è sempre concentrata sul qui e ora ed è sempre più difficile stabilire delle strategie, ma allo stesso tempo dovrebbe essere in grado di stabilire delle strategie a lungo termine».
Superare la delimitazione tra ricerca pura e operatività concreta: questo – è stato rimarcato – è uno degli aspetti più innovativi di “Sea(ste)mar”. Come detto da Francesca Giannoni (Arpa Liguria), il cuore del progetto risiede nella «sinergia tra enti scientifici e operativi». È una collaborazione che consente di «tradurre lo studio delle correnti, delle temperature e dell’acidificazione delle acque in strumenti concreti per chi il mare lo vive e lo gestisce ogni giorno, come la Guardia Costiera».
Paola Tepsich (Fondazione Cima) ha spiegato quanto sia rilevante costruire «una rete vera», poiché nello spazio marino settentrionale «sono presenti sia zone portuali che aree marine protette»: dunque, «non basta più pensare solo alla prossimità, ma occorre una visione sistemica che consideri l’intero bacino».
Tema sotto i riflettori: il rischio di collisioni tra imbarcazioni e grandi cetacei, come balenottere e capodogli, specie simbolo del Mediterraneo ma sempre più minacciate dal traffico navale nelle loro aree di alimentazione. E tuttavia il cambiamento «non riguarda solo i grandi mammiferi», parola dei ricercatori del Cnr e delle Università di Pisa e Siena che hanno illustrato «fenomeni meno visibili ma altrettanto preoccupanti»:
- Inquinamento chimico e immondizia marina: nell’incontro si è parlato della persistenza di inquinanti come il Ddt e dei meccanismi di “biomagnificazione”, oltre che del «problema delle microplastiche che affligge il Santuario Pelagos».
- Riscaldamento e acidificazione: l’aumento della CO2 disciolta e delle temperature oceaniche sta portando a cambiamenti radicali negli habitat.
- Nuovi “abitanti”: esempio emblematico è «la crescente presenza della tartaruga Caretta caretta sulle coste toscane». Per Antonio Melley (Arpa Toscana) è un fenimeno di non facile interpretazione: l’invasione di queste specie è «un segnale positivo di espansione o un sintomo di uno squilibrio ecologico più profondo?».











