Altolà a missili e bombardieri ma Hormuz non si sbloccherà in un attimo
Il prezzo del petrolio si muove subito, le navi un po’ meno: dietro le quinte di un teatro di guerra

ROMA. A dar retta ai servizi di tracciamento navale online come Marine traffic o Vessel finder, francamente non sembra che si veda un gran traffico di navi nello stretto di Hormuz a dodici ore di distanza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco nella guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Lo scoccare del primo minuto di stop a missili e bombardieri è stato alle 20,00 ora di Washington di martedì 7, mentre Trump l’aveva annunciato dal suo social sovranista Truth alle 18,32.
Ripartenza lenta ma il prezzo del petrolio è già in picchiata
Non si vede ancora l’andirivieni di navi ma le quotazioni del petrolio hanno capito immediatamente che aria tira: nel giro di quattro-cinque ore a cavallo fra l’ultimo scorcio di martedì 7 e l’inizio di mercoledì 8 il prezzo del Brent è precipitato di 15 punti percentuali da 109-110 dollari al barile giù a 93-94, grossomodo analogo il discorso per il Wti.
Beninteso, la riapertura di Hormuz non funziona come accendere l’interruttore dell’abat jour. Lo spiega Willie Walsh, direttore generale della Iata, la principale associazione mondiale delle compagnie aeree, in una dichiarazione riportata dal quotidiano economico “Sole 24 Ore”: «Credo che ci vorranno ancora diversi mesi per tornare ai livelli di fornitura necessari, viste le interruzioni della capacità di raffinazione in Medio Oriente, che rappresenta un anello critico nella fornitura globale di prodotti raffinati». Senza contare che c’è da tener conto che, ad esempio, l’Iran si è fatto avanti dicendo che sì, lo Stretto viene riaperto ma bisogna chiedere l’autorizzazione al transito. Ovviamente, alle autorità iraniane. Non solo: dopo che Teheran ha detto di aver minato ogni metro quadrato di quel tratto di mare c’è qualche armatore che si azzarda a cuor leggero a far passare una nave da qualche centinaio di milioni in mezzo a tali incognite?
Ispi: solo fra settimane qualcosa di simile alla normalità
Pure Matteo Villa, capo del PolicyLab dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), mette in guardia: perfino se lo stretto di Hormuz fosse “aperto” immediatamente, «ci vorranno settimane perché i prezzi alla pompa in Europa si stabilizzino e mesi prima che si torni alla normalità», Lo spiega via l’ex Twitter indicano due ragioni, danni e tempistiche. Quanto ai tempi: «La crisi ha impiegato un mese e mezzo prima di cominciare a investirci perché le navi uscite da Hormuz a febbraio erano in viaggio per raggiungerci. Allo stesso modo ci vorranno 3-5 settimane prima che i nuovi carichi comincino a raggiungere l’Europa». Non è tutto: sul Gnl va ancora peggio perché «ci vorrà più di un mese perché la produzione torni a pieno regime, e solo da quel momento comincerà il conto alla rovescia delle 3-5 settimane».
A ciò si aggiunga che il Golfo «registra danni severi a pozzi, raffinerie e strutture di esportazione». Villa la traduce così: «Dopo lo sblocco iniziale di tutte le navi che sono ancora bloccate lì, dovremo verificare quanta capacità è stata perduta (soprattutto per prodotti come “jet fuel” e diesel) e quanto ci vorrà per ripristinarla». Ad esempio: sul fronte del Gnl gli attacchi iraniani hanno «ridotto la capacità di esportazione del Qatar del 20% per almeno 3 anni». L’esperto di Ispi annuncia amaramente: «Preparatevi, insomma. I negazionisti della crisi saranno pronti a cavalcare la loro stessa ignoranza».
Un migliaio di navi da far ripartire e il rischio ingorgo
Secondo quanto riferisce Euronews, il colosso armatoriale tedesco Hapag Lloyd stima che siano «un migliaio» le navi bloccate nel Golfo Persico a causa della paralisi dello stretto di Hormuz. Proprio il gran numero di navi in attesa sembra possa creare qualche problema al ritorno alla normalità per via del grande congestionamento: Marine Traffic che si occupa di tracciamento navale spiega in un “tweet” di fine mattinata su X che la paralisi continua a riguardare «426 petroliere, 34 portacontainer di Gpl e 19 navi di Gnl».
Lo specialista nel tracciamento delle navi spiega che fra le prime navi a transitare da Hormuz dopo la riapertura figura la “Daytona Beach”, una rinfusiera lunga quasi 170 metri battente bandiera liberiana, diretta a Fujairah, scalo emiratino sulla costa 70 miglia a est di Hormuz, dov’è attesa per il mezzogiorno di giovedì 9: è passata un minuto prima delle 9 del mattino ora locale, dopo aver lasciato il porto iraniano di Bandar Abbas. Poco meno di due ore più tardi è transitata un’altra portarinfuse, stavolta di proprietà greca, la Nj Earth battente bandiera di Saint Kitts and Nevis.

L’Iran ci prova: passaggio sicuro ma pagando un pedaggio
Se lo sblocco dirada il pesantissimo clima anche solo di poche ore fa, va detto peraltro che il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi sì, durante il cessate il fuoco sarà possibile assicurare «un transito sicuro» da Hormuz, coordinandosi con le forze armate di Teheran. Da aggiungere che vengono riportate valutazioni di non meglio precisati «funzionari regionali» che ipotizzano il passaggio di Hormuz e un regime di pedaggio tipo Suez rispetto alla modalità precedente senza esborsi: cioè l’Iran e l’Oman potrebbero applicare pedaggi per il passaggio di ciascuna nave, ma non sono stati precisati né somme né modi né soggetti.
Ma torniamo all’annuncio del cessate il fuoco. Basta una minuscola differenza nell’accentuazione ed ecco che possono cambiare molte cose. Da un lato c’è il “Financial Times” che all’indicativo presente danno per acquisito il “cessate il fuoco” fra Usa e Iran e come conseguenza logica di quell’intesa il fatto che «aprirà lo stretto di Hormuz»: lo snodo – simbolico sì ma neanche troppo astratto – sta nel fatto che il presidente statunitense Donald Trump non ha affatto respinto al mittente il “piano dei dieci punti” avanzato dalle autorità di Teheran e anzi è base utile per il negoziato. Dall’altro, c’è il “Washington Post” che implicitamente insiste sul protagonismo di Trump come ha in mano la situazione e «accetta di sospendere gli attacchi per due settimane» nel caso in cui l’Iran apra lo stretto di Hormuz.
In questo secondo caso, più che una tregua o un “cessate il fuoco” è la benevola concessione del condottiero, che continua a dettare le condizioni così come aveva fatto minacciando sostanzialmente di cancellare dalla faccia del pianeta la civiltà persiana e far tornare quel territorio «all’età della pietra».
Il punto di equilibrio o quantomeno una terza impostazione di quel che sta accadendo la offre il “Guardian”, giornale britannico di orientamento progressiste: le due parti in guerra, gli Usa (con Israele) e l’Iran accettano il “cessate il fuoco” provvisorio: da parte sua, Teheran annuncia che riaprirà la possibilità delle navi di transitare dallo stretto di Hormuz; dal lato della Casa Bianca, Trump abbandona la minaccia di una devastazione senza precedenti dell’intero stock di infrastrutture civili dell’Iran.

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Dalla minaccia dell’apocalisse al cessate il fuoco
Adesso l’apparato filo-Trump deve cercare di allontanare dal leader della Casa Bianca l’immagine che negli Usa chiamano “Taco”: una sigla traducibile con qualcosa di simile al nostro “can che abbaia non morde”, per cui Trump minaccia di fare sfracelli, salvo poi far dietrofront al momento clou. Può darsi che invece si tratti non di una attitudine psicologica quanto d’una mancanza di visione strategica che oltretutto pretende di togliere di mezzo qualsiasi voce dissonante, foss’anche di fedelissimi.
Fra la minaccia di una enormità e la sospensione degli attacchi: cosa c’è stato in mezzo?
Uno: gli enormi costi di una guerra che gli Usa hanno avviato da soli, presumibilmente dietro pressione del governo Netanyahu (che per evitare di esser costretto a pagare il conto deve mantenere questo clima di guerra permanente). Da soli, salvo poi ritenere paradossalmente obbligato da parte dell’Europa l’intervento al proprio fianco su Hormuz: un blocco talmente prevedibile che poteva sottovalutarlo solo chi è così sciocco da immaginare che, come vuole un vecchio postulato yankee, non esiste problema che non possa esser risolto da una adeguata potenza di fuoco.
Due: il crescente isolamento degli Usa sulla scena internazionale, al punto che anche alleati fedelissimi come la Gran Bretagna si sono smarcati accorciando la distanza da Bruxelles e aumentando quella da Washington.
Tre: salvo la terribile sparata in casa di Orban (sul possibile uso sull’Iran di «armi mai viste prima») il vicepresidente statunitense James David Vance ha mantenuto sull’attacco all’Iran un profilo così basso da apparire in casa sua come il contraltare di Trump, quell’anima “Maga” che non avrebbe remore a fare a fette gli iraniani e chiunque altro ma Teheran è a più di 10mila chilometri da Washington e questa guerra costa troppo. Sì, le grandi multinazionali Usa del petrolio hanno visto raddoppiare il valore del proprio prodotto ma la famiglia qualsiasi del Nebraska o del Kentucky ha notato che ora alla pompa di benzina il carburante non costa più 0,73 dollari al litro come in gennaio o 0,77 come in febbraio ma sfiora il dollaro, dunque con un rincaro del 24,8% nel giro di pochi giorni. In California perfino di più, siamo a un passo dai 6 dollari per gallone, cioè 5,88-5,93 dollari. Ben più di un dollaro e mezzo al litro: il che, dall’altra parte dell’Oceano, è roba che neanche nell’epoca del peggior Biden (1,3 dollari per litro, giugno 2022)…
Quattro: la tiepidezza di Vance sull’attacco all’Iran ha trovato sponda su scala internazionale, come grande potenza, nella Cina (fortemente interessata ai canali di approvvigionamento del petrolio iraniano) e, come potenza regionale, nel Pakistan. Quest’ultimo ha consuetudine di rapporti tanto con gli Usa che con l’Iran e si è prestato a fare da “telefono senza fili” fra le parti senza vincolarle all’impegno di un faccia a faccia bensì contando su qualcuno che fa la spola fra le parti. Cosa ci guadagna il Pakistan? Un ruolo fondamentale per la Casa Bianca, proprio mentre si fanno sempre più problematici i rapporti con l’India (che sembrava candidata a diventare il “miglior amico” di Washington in funzione anti-cinese). E, dentro al Pakistan, chi ci guadagna? L’artefice di questo andirivieni negoziale: cioè il feldmaresciallo Syed Asim Munir, che sarebbe “solo” il ca capo dell’esercito pakistano ma a questo punto è anche quello che dà le carte in politica estera e ha in mano il rapporto diretto con la Casa Bianca. Tradotto; l’uomo forte del regime di Islamabad. Più del presidente Asif Ali Zardari, marito dell’ex premier assassinata Benazir Bhutto e padre di Bilawal Bhutto Zardari, che guida il partito-guida fondato dal nonno. Più del premier Mian Muhammad Shehbaz Sharif, fratello di ex premier…
Cinque: in questa storia, così come per l’Ucraina, il mediatore poteva essere un occidentale con la visione planetaria e senza eserciti, com’era papa Francesco e com’è papa Leone. Respinti al mittente tanto l’uno come l’altro. L’Occidente, a cominciare da quello che bacia i rosari e mette dio in ogni discorso, è andato a cercare i mediatori lontano da un’autorità morale internazionale riconosciuta. Ha bussato ai leader di regimi ben al di fuori dal recinto della democrazia che ci eravamo dati l’imperativo di exportare: Turchia e Qatar sono l’uno al 103° e l’altro al 117° posto nell’ “index of democracy” dell’Economist, il Pakistan è negli ultimi anni in caduta libera è ora è al 124° fra i regimi dichiaratamente autoritari.

Tucker Carlson, esponente dell’estrema destra statunitense, duramente critico nei riguardi di Trump dopo averlo sostenuto a spada tratta
Il negoziatore che l’Occidente non ha voluto
La Santa Sede, che sotto papa Francesco aveva cercato di farsi riconoscere come negoziatore anche al prezzo di qualche incomprensione, adesso con papa Leone XIV ha scelto di entrare in rotta di collisione con l’establishment trumpiano. L’ha fatto con il primo pontefice americano della storia: anziché benedire i cannoni come fanno i predicatori delle sette evangeliche fondamentaliste, ha tuonato contro l’idea di un attacco indiscriminato contro la popolazione iraniana (che in teoria dovremmo liberare). Poche parole ma indirizzate dritto al punto: «La minaccia a tutto il popolo dell’Iran non è accettabile». E soprattutto l’invito a terremotare le basi di consenso: cari fedeli, fatevi sentire con i vostri rappresentanti politici. In America e ovunque nel mondo. Un incentivo a accelerare quel bradisismo che sta colpendo le fondamenta ideologiche del trumpismo, senza farsi troppe illusioni sulla diffusione dei valori del pacifismo ma cercando di allargare la crepa.
Del resto, è quel che già sta accadendo, come annota la rivista online “Valigia Blu” facendo riferimento a figure dell’estrema destra trumpiana come Tucker Carlson in nome dell’isolazionismo. Idem per un ultradestro come Nick Fuentes («è la guerra di Israele, non la nostra») o per Curt Mills, direttore di “American Conservative”, schierata da sempre contro gli interventi. Senza contare la deputata Marjorie Taylor Greene, una parlamentare più trumpiana di Trump, che vuole il Trump che annunciava il disimpegno degli Usa dal ruolo di gendarme del mondo (e, detto fra parentesi, è favorevole alla pubblicazione integrale degli “Epstein files”).
Paradossalmente la mira del papa americano è la fazione più moderata dell’elettorato trumpiano. Ma di rimbalzo, in realtà, a smottare è una zona grigia di tutt’altro tipo. Quella che, senza nessuna concessione alla bontà, aveva accarezzato i retropensieri isolazionisti di buona parte della base americana. Come il mondo di Charlie Kirk, l’ultraconservatore assassinato alla fine della scorsa estate: contrario, come ricorda il “Corriere”, al blitz contro i siti nucleari iraniani con i quali nel giugno 2025 Trump diceva aver annientato la minaccia di Teheran. La sfilza di dichiarazioni di quella galassia “Maga” (Andrew Kolvet, Blake Neff, Robby Starbuck e Michael Knowles, per citarne alcuni) è riassumibile così: sarebbe stato meglio non attaccare, ma ci siamo e allora è meglio esser duri e spietati; se li annientiamo, è «la più grande conquista di politica estera di un presidente dalla fine della Seconda guerra mondiale», in caso contrario Trump rischia grosso.











