L’“altro Natali” fra l’arte delle vetrate e il fascino dell’industria dei sogni
Finalmente Athos Rogero, scenografo e attore, esce dall’ombra del fratello pittore

Immagine tratta dal film “L’aria del continente” girato a Collesalvetti nella finzione cinematografica rappresenta il borgo siciliano di Aci Torrente
COLLESALVETTI. Il suo nome era Athos Rogero Natali e, detta così, potremmo infilarlo nel casting di un romanzo di Roberto Bolaño, uno di quei personaggi sghimbesci ma pieni d’un talento strano che in un’altra vita avrebbero potuto essere celebri quanto una rockstar. A maggior ragione se avesse squadernato il nome completo come da registri dell’anagrafe: Natali Athos Radamés Arduino. E invece.
Invece semmai l’abbiamo incrociato come fondale di scena nella parabola che interessa il fratello Renato, diventato l’emblema di una stagione pittorica che ha segnato il primo Novecento e a Livorno ne è diventato l’icona anche nel grande pubblico. Lui no, il suo talento era più laterale, obliquo: e le quinte di scena le faceva lui come decoratore e scenografo. In parallelo all’attività di creatore delle più belle vetrate artistiche nelle chiese del territorio, ha lavorato nell’ombra per il set dei colossi della cinematografia che dalla metà degli anni ’30, sotto la regia dell’architetto Antonio Valente e del drammaturgo Giovacchino Forzano, portano al decollo gli stabilimenti Pisorno sul litorale pisano di Tirrenia: è qui l’avamposto della moderna “industria dei sogni”, una sorta di Cinecittà ante litteram.
Tutto questo (e molto altro, moltissimo altro…) viene portato sotto la luce dei riflettori dalla mostra che si inaugura sabato 11 aprile alle ore 17 a Collesalvetti (Livorno) sotto le insegne della pinacoteca comunale Carlo Servolini. Titolo: “Athos Rogero Natali decoratore e scenografo. La stagione dell’innovazione delle vetrate artistiche e il boom degli Stabilimenti Pisorno”. Arriva nel 50° anniversario della scomparsa dell’artista: l’ha promossa dal Comune di Collesalvetti (con il patrocinio della diocesi di Livorno); l’hanno curata Francesca Cagianelli e Marco Sisi in collaborazione con Massimo Sanacore. Fino al 4 giugno appuntamento a Collesalvetti, a un quarto d’ora di auto da Livorno, nel complesso di Villa Carmignani (via Garibaldi 79): ingresso gratis, tutti i giovedì dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e su prenotazione per piccoli gruppi; visite guidate gratuite su prenotazione per piccoli gruppi (tel. 0586 980227 e 980174 o 392 6025703; mail pinacoteca@comune.collesalvetti.li.it).

Una delle vetrate artistiche realizzate da Athos Rogero Natali
Eccoci sulle tracce della carriera di Athos Rogero Natali, di cui si trova traccia anche nell’impegno divulgativo online degli eredi. Eccolo ideatore di vetrate per la ditta Felice Quentin. Ecco una sequenza di fotografie che mostrano le scenografie realizzate per gli studi cinematografici di Tirrenia, riscoperte dal co-curatore della mostra, Marco Sisi, storico del cinema, videomaker e scrittore toscano, che alza il velo sull’attività di attore e scenografo per gli Stabilimenti Pisorno (finora pressoché sconosciuta o quantomeno “sommersa”).
Athos Rogero Natali lavora alle scenografie fin dalla prima produzione in via Pisorno, “Campo di maggio”, pellicola del ’35 che porta la firma dei due padri dell’operazione cinema a Tirrenia: l’uno è il regista Giovacchino Forzano, l’altro lo scenografo Antonio Valente (che di quella struttura era stato il progettista). Collabora a quel film: sia in un piccolo ruolo sul grande schermo, sia creando in una dozzina di ore un grande arazzo su tela di juta. Di questo troviamo la foto-testimonianza nell’archivio degli eredi (è esposta in mostra).
Non mancheranno piccole parti davanti alla macchina da ore come pure, alle spalle di essa, tanti ruoli organizzativi. Compare in titoli di quegli anni come “Fiordalisi d’oro”, “13 uomini e un cannone”, entrambi diretti da Giovacchino Forzano, “I due sergenti”, regista Enrico Guazzoni (anche arredatore), “Sono stato io!” diretto da Raffaello Matarazzo, con i tre fratelli Eduardo, Peppino e Titina De Filippo e Isa Pola; si aggiunge anche un ruolo con battute e dialoghi come accade, caso unico, in “Senza pietà” girato nel ’48 da Alberto Lattuada. Alle fin fine figura come scenografo o arredatore in almeno 22 pellicole delle trenta prodotte negli studios di Tirrenia in quel periodo: difficile però stabilirlo con certezza, le informazioni sono assai frammentarie.
Sisi mette in risalto anche «dettagli che si ripetono ossessivamente nelle varie situazioni: le porte vetrate con grandi listelli orizzontali, oppure con sopraluce a raggi usati anche per ottenere particolari effetti». Senza contare un «piccolo elemento di dissonanza»: nella nascente Cinecittà i telefoni vengono messi sulla scena sempre bianchi per dare una curiosa idea di chic, a Tirrenia invece sono neri com’erano nella realtà effettiva…

Marco Sisi e Francesca Cagianelli hanno curato la mostra colligiana in collaborazione con Massimo Sanacore
Da segnalare infine che il nostro personaggio di Roberto Bolaño lavora come scenografo in un curioso western “L’imperatore della California”, che con Luis Trenker che se lo scrive, se lo produce, se lo dirige e se lo interpreta inizia a esser girato nella Germania del Terzo Reich per poi finire alla Pisorno a terminare le riprese con le scenografie di Natali – quasi una città di legno – adoperate di nuovo sei anni più tardi per il primo film di Renato Rascel “Pazzo d’amore”. Non basta: ricordiamoci dell’ambientazione parigina ricreata dai livornesi Virginio Marchi e Athos Rogero Natali in “I due sergenti” di Enrico Guazzoni (con Gino Cervi): la costruzione di legno e cartapesta è dinnanzi alla Villa Fabbricotti (a Livorno).
Si potrebbero raccontare mille altri dettagli interessanti, e la mostra lo fa: così come mette in luce l’Athos Rogero Natali che da attore passa dalla cinematografia di metà anni ’30 ai titoli del neorealismo postbellico (anche con Federico Fellini aiuto regista e co-sceneggiatore). Resta la (doppia) sottolineatura in cui figura: da un lato, nel ’39, come direttore tecnico della Società Anonima Liburni Film che nasce negli uffici del quotidiano dei Ciano “Il Telegrafo” per produrre cartoni animati a colori e in bianco e nero; dall’altro, negli anni del boom economico fra i probiviri della coop Tirrena Cinematografica che vuol diffondere il verbo del movimento cooperativistico, gestire immobili e set degli stabilimenti di Pisorno a Tirrenia e via discorrendo.
È da aggiungere che durante le ricerche del materiale filmato per la sezione della mostra colligiana dedicata al cinema, Marco Sisi (che da oltre trent’anni studia il rapporto fra la Settima Arte e il territorio, con particolare riguardo a Livorno e ai film prodotti alla Pisorno/Cosmopolitan) ha riconosciuto Collesalvetti, il paese che ospita la mostra, in una scena del film dal titolo “L’aria del continente” del ’36: negli studi Pisorno a Tirrenia vennero girati gli interni, ma per immaginare il borgo siciliano (di fantasia) di Aci Torrente vennero utilizzati quattro angoli di Collesalvetti, dice Sisi: il primo è piazza Vittorio Emanuele (attuale piazza della Repubblica), il secondo è la scalinata del monumento ai Caduti di via Umberto I, il terzo è via Nino Bixio. E l’ultimo? Davanti al cancello di Villa Carmignani, dal quale si accede all’ex casa colonica della villa, che ospiterà la mostra.

Un altro scatto di una delle scene del film girato a Collesalvetti
Si deve agli studi archivistici di Massimo Sanacore l’analisi dell’arte vetraria dell’ “altro Natali” dalla chiesa di San Jacopo a quella di San Giuseppe all’interno del nuovo ospedale di Livorno: si inserisce negli appalti delle decorazioni riguardanti il piano di risanamento del ’27 a Livorno e le colonie sul litorale del Calambrone come pure, dopo la guerra, la fase della ricostruzione con i nuovi vetri del Palazzo delle Poste, il restauro del Palazzo Comunale, le finestre della Cappella dell’Accademia Navale fino a divenire uomo di riferimento (e fiducia) del vescovo Giovanni Piccioni nel recupero delle chiese labroniche danneggiate. Ancora negli anni del rinnovamento conciliare della Chiesa terrà banco in Sam Jacopo, realizzando nel ’61 un san Jacopo pellegrino sull’altare della controfacciata, di fronte alla Stella Maris che lui stesso aveva realizzato decenni prima.
Una tal lunghissima attività non poteva finire di approdare al santuario di Montenero e alla ricostruzione del duomo livornese completamente distrutto. Nel primo caso, punta su un “bianco-nero” che stacca rispetto alle vetrate policrome e fa sentire il nuovo spirito del Concilio Vaticano in quel “vogliatevi bene” con cui contrassegna il libro. Quanto al duomo, non ne vedrà il frutto ma l’opera realizzata negli anni ’90 riprende i suoi disegni della Madonna di Montenero per la finestra centrale in mezzo a santa Giulia, patrona della città, e a san Francesco, al quale la cattedrale è dedicata.











