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Moby Prince e la “verità vera”

ROMA – Da una parte si aspetta una “Verità vera”: cioè una conclusione dell’indagine parlamentare sulla tragedia del traghetto Moby Prince di 27 anni fa davanti a Livorno. Dall’altra parte chi rivendica che la verità fu stabilita già dall’inchiesta della magistratura, che si concluse dopo alcuni anni con l’assoluzione dei corpi di soccorso – erano stati sotto inchiesta con l’ipotesi di ritardo degli interventi – e con la responsabilità attribuita alla plancia del traghetto, finito contro la petroliera Agip Abruzzo all’ancora forse per la concausa di un improvviso banco di nebbia.

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Alle conclusioni della magistratura di allora si è come noto sovrapposta in questi ultimi due anni, su pressione dell’associazione dei famigliari delle vittime – che hanno avuto anche l’appoggio delle istituzioni locali – una commissione d’inchiesta parlamentare che riferirà oggi a Roma sui risultati. All’audizione ci saranno l’associazione dei famigliari delle vittime, i rappresentanti delle istituzioni livornesi e toscane, molta stampa.

Bisognerà capire, indipendentemente dalle conclusioni cui sarà giunta la commissione parlamentare, quale valore giuridico queste conclusioni avranno. Nelle anticipazioni di stampa dei giorni scorsi è sembrato di cogliere un revisionismo deciso almeno su un punto: sul fatto cioè che il ritardo dei soccorsi sul Moby Prince – tutti si concentrarono, ignari del dramma sul traghetto, sull’Agip Abruzzo in fiamme, che rappresentava un pericolo di catastrofe anche per la vicina città – potrebbe essere la causa di parte dei decessi, al contrario di quanto l’inchiesta giudiziaria stabilì. Allora fu appurato che l’incendio sul Moby, in seguito alla collisione, fu improvviso, devastante e non lasciò scampo in soli pochi minuti. Anche se i soccorsi fossero arrivati immediatamente – fu scritto con le testimonianze di chi c’era – sarebbe stato impossibile avvicinare il Moby, trasformato in una fornace fiammeggiante, che navigava lentamente a marcia indietro con il suo carico di morti. Gli stessi rimorchiatori, i vigili del fuoco, le motovedette della Capitaneria, dovettero posizionarsi sopravento a distanza di sicurezza: avvicinarsi sarebbe stato un suicidio. Fu anche detto che se nessuno dei 140 di bordo era riuscito a buttarsi in mare – fu trovato in acqua solo un corpo, scaraventato giù dall’impatto con la petroliera – rappresentava la prova che l’improvviso braciere non lasciò scampo in pochi minuti.

Aspetteremo quindi, come tutti, le conclusioni della commissione parlamentare: nella speranza che alla ricerca di una “verità vera” non si sia andati invece a ricostruire una verità parziale, o peggio ancora, più opinabile e più confusa. Non aiuterebbe i poveri morti, né coloro ai quali sono stati sottratti. E sarebbe un (ulteriore?) vulnus al lavoro della magistratura su una delle più grandi tragedie della nostra storia marittima.

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Pubblicato il
24 Gennaio 2018

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