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La politica della lesina sul mare

LIVORNO – Strano Paese, il nostro. Abbiamo il più alto numero di parlamentari del mondo, paghiamo i nostri politici – nazionali ed europei – con gli emolumenti più alti, li riempiamo di auto blu e di “fringe benefits”, manteniamo enti definiti inutili dallo stesso Stato (Le Province dopo l’istituzione delle Regioni) moltiplicandoli ad ogni nuovo governo invece di cancellarli come più volte promesso.

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Però poi sui servizi concreti, quelli che fanno del Paese una realtà moderna ed efficiente, ogni anno che passa va sempre peggio. E sul mare poi, non parliamone: portualità abbandonata a se stessa (se non per le diatribe legate all’assegnazione delle ben remunerate poltrone pubbliche) infrastrutture logistiche ancora dell’epoca di Re Pipino, interporti che salvo rari esempi non hanno collegamenti efficienti con le aree portuali di riferimento, eccetera. L’Italia è una lunga penisola tutta proiettata sul mare e due terzi della sua economia dipende dai traffici marittimi: ma in quanto a politica per il mare – sul piano concreto e non a chiacchiere – potremmo essere il Tibet. Tanto che da qualche anno è stato anche cassato il ministero della Marina Mercantile per un più anonimo a generalista ministero delle Infrastrutture e Trasporti. E tanto che le stesse Capitanerie di porto con il loro braccio operativo Guardia Costiera sono assurdamente spalmate tra ben quattro ministeri, cioè Difesa, Trasporti, Ambiente e infine e Politiche agricole (che c’entrano solo perché quest’ultimo carrozzone è competente anche sulla pesca). Se questa è chiarezza di programmazione e di gestione di un Corpo che pure è tra i servizi più efficienti d’Italia…

Adesso il caso Castalia rischia di farci trovare, per la prima volta da tre lustri, con le coste senza preventiva difesa dagli inquinamenti e senza un concreto servizio di pronto intervento in caso di disastri ambientali sul mare. Certo, tutto è migliorabile, e anche quanto fatto ad oggi da Castalia può e deve rappresentare un punto di partenza, non uno statico arroccamento su “quello che c’è”. Ma lo Stato – e in questo caso il ministero dell’Ambiente – non può lavarsene le mani con un bando in cui si pretendono livelli di qualità nettamente più alti a fronte di contributi pubblici nettamente più bassi. Proprio quando il mare si è incaricato drammaticamente di dimostrare, nel golfo del Messico, quali disastri possono succedere se non si è pronti, attrezzati e specialmente capaci.

E non chiediamoci per chi suona la campana: come scriveva John Donne (Meditation XVII) ed aveva ripreso Ernest Hemingway nel suo celebre romanzo, la campana suona sempre anche per noi.

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
18 Agosto 2010
Ultima modifica
24 Settembre 2010 - ora: 09:28

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