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La Cina guarda al Mediterraneo e punta a investire in portualità

Le strategie cinesi non si limiterebbero più a sbarcare il proprio export ma a creare un network portuale per l’intero Mediterraneo – La nuova frontiera guarda anche alle sponde del Nord Africa

ROMA – Una settimana di tempo per riflettere su quello che non è stato detto, ma si è ugualmente capito, nell’incontro romano tra il premier cinese Wen Jiabao e il nostro Berlusconi.

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Calmati i facili trionfalismi del momento sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci (ovvero dell’interscambio tra i due paesi) e ridimensionati gli impegni della Cina per “calmare” il super-yen, la visita di Wen Jiabao a Roma ha avuto in realtà un significato quasi aggressivo: ovvero la Cina s’è già mangiata l’Africa subsahariana, dove i suoi investimenti l’hanno resa il primo paese mondiale del neo-colonialismo “del fare”; e adesso guarda all’Italia come al “ventre molle” dell’Unione Europea, ma anche come trampolino per stendere la sua rete commerciale al sud del Mediterraneo.

Ben l’ha detto su “Il Sole-24 Ore” l’analista Gerardo Pelosi. E bel l’aveva intuito anni fa, per quanto coperto di ironie, il ministro Tremonti quando parlava di “cinturare” i porti italiani contro l’invasione delle merci cinesi. Solo che adesso la Cina, forte dei suoi tassi di crescita, non guarda semplicemente ai porti italiani come a punti di sbarco delle proprie merci: guarderebbe proprio ai porti, per farne un network funzionale alle sue esigenze. E con una visione allargata all’intero Mediterraneo, dove ha già messo pesantemente piede con investimenti portuali primari sia in Turchia che in Grecia.

Nella sua strategia si parla – a quanto dicono gli esperti – di usare alcuni dei porti italiani come teste di ponte per realizzare sul Mediterraneo una sua rete di produzione “di sostituzione”, che guardi sia ai mercati della UE sia a quelli della sponda est del Mediterraneo, dove si presume che presto esploderanno i consumi.

Dunque, l’interesse della Cina e delle sue compagnie armatrici verso i porti italiani non è solo contingente, e non si ferma a stabilire pochi presìdi più o meno enucleati dalle realtà produttive locali. La Cina è un fortissimo investitore e a quanto pare – dicono gli analisti – sta cercando di differenziare i propri investimenti che sono stati fino a ieri concentrati sul Nord America. I porti italiani (o almeno alcuni d’essi) potrebbero diventare un’occasione per la Cina: ma anche trarre essi stessi occasione per quegli investimenti che lo Stato italiano non è più in grado di garantire su banchine e infrastrutture portuali. E al di la dei sorrisi di cortesia, la delegazione cinese sembra aver suggerito proprio questo tipo di possibilità: ovviamente se l’Italia la saprà cogliere, anche contro le miopie neo-protezionistiche del governo europeo di Bruxelles.

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Pubblicato il
20 Ottobre 2010

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