Il super-ponte c’è, ma il buro-codice resta
GENOVA – È stato indubbiamente commovente: le frecce tricolori, le autorità, le vetture ufficiali che passano sul ricostruito viadotto, il cippo in memoria delle vittime: e persino, dono dal Cielo, un grande arcobaleno a rubare la scena predisposta dalle istituzioni. È stato, quello dell’apertura del viadotto progettato da Renzo Piano e realizzato a tempo di record, un momento importante: non solo sul piano pratico, sanando una ferita che ha messo in crisi per oltre un anno tutti i traffici stradali anche del porto, ma anche e specialmente su quello dell’immagine. Ovvero: l’Italia tecnica, l’Italia delle imprese, l’Italia che tutto il mondo ha sempre conosciuto per le sue capacità di progettare e realizzare immensi ponti e viadotti, ha confermato d’esserci.
La speranza adesso è che il viadotto di Genova non rimanga “rara avis” come dicevano i latini, ovvero un caso unico. E qui è il vero problema per il prossimo futuro, perché il demenziale Codice degli Appalti che prolunga all’assurdo i tempi di apertura dei cantieri – hanno detto che occorrono 15 anni di media per una grande opera, di cui almeno 8 per pratiche cartacee – non è stato smantellato. Anzi, viene difeso a spada tratta da alcune delle forze politiche di governo. Tanto che è stato necessario un compromesso: una quindicina di grandi opere “sottratte” al codice con la nomina di commissari, e il resto tutto come prima.
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Dobbiamo accontentarci? Il problema nel problema rimane quello dei tempi: per il momento la soluzione dei commissari è stata annunciata, ma non è ancora partita. Si dice che anche questa decisione, come di altre urgenti, aspetta l’esito delle elezioni regionali di settembre. Poi, a seconda di come sarà andata, c’è anche il rischio che tutto finisca nel libro dei sogni. Pessimismo? Ricordiamoci che un pessimista è chi vede le cose come vanno e non come vorremmo che andassero…
A.F.
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