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La caccia dell’ultimo tesoro

CARTAGNENA – Aleggiano di nuovo i sogni dei cacciatori di tesori sommersi. È la volta de leggendario galeone spagnolo San Josè: fu affondato nel 1708 dalla marina britannica, mentre rientrava alla corte del Re Filippo V di Spagna. Si salvarono solo 600 uomini dell’equipaggio, ma nel naufragio affondò con il suo carico di gioielli: argento e smeraldi e circa 11 milioni di dobloni d’oro, del valore attuale di almeno 20 miliardi di dollari.

Da tre secoli in quel pezzo del mar dei caraibi si aggirano archeologi, ricercatori e soprattutto contrabbandieri alla ricerca di quello che dagli esperti è considerato il Santo Graal dei naufragi. Venerdì scorso, nove anni dopo la prima scoperta, la Colombia ha annunciato di voler avviare in fretta le operazioni di esplorazione e recuperare in parte qualche pezzo pregiato e capire con certezza cosa si può salvare di uno dei più grandi ritrovamenti archeologici di tutti i tempi.

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La caccia ai tesori sommersi fa parte dell’iconografia della gente di mare, in tutti i tempi. Ed ha investito anche l’Italia, dove a sud-est dell’isola d’Elba fu recuperato nel 2014 un carico di monete e gioielli valutato oltre 350 milioni di euro. Era a bordo del “Polluce”, un piroscafo proveniente da Napoli per Genova con molti ricchi nobili partenopei con le loro sostanze. Il “Polluce” fu speronato nella notte nel 1841 e sparì per decenni malgrado le ricerche e qualche soffiata di sub inglesi “pirati”. Al recupero nel 2014 parteciparono anche mezzi specializzati della ditta Neri di Livorno.

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Altro clamoroso tesoro fu quello recuperato dall’americano Mel Fisher. Egli scoprì il relitto il 20 luglio 1985. Il tesoro in esso contenuto, noto come “The Atocha Motherlode”, venne stimato in 450 milioni di dollari. Era costituito da 40 tonnellate di oro e argento. Vennero ritrovate circa 114.000 monete spagnole d’argento note come “pezzi da otto”, monete d’oro, smeraldi colombiani, gioielli in oro e argento e 1.000 lingotti d’argento.[1][3] Si trattava di circa la metà del tesoro che andò a fondo con la “Nuostra Segnora de Atocha”. La parte della nave che originariamente custodiva il carico, il castello di poppa, non fu trovato.[4] Mancano ancora all’appello 300 barre d’argento e 8 cannoni di bronzo, tra le altre cose. In aggiunta alla nave Atocha, la Fisher’s company, Salvors Inc., ha trovato resti di naufragi diversi nelle acque della Florida, compreso il galeone gemello dell’Atocha, Santa Margarita, affondato nello stesso anno, ed i resti di una nave di schiavi conosciuta come l’Henrietta Marie.

Pubblicato il
6 Marzo 2024
Ultima modifica
7 Marzo 2024 - ora: 11:45

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