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Rebus aree: lo strano caso delle Montefiori …

LIVORNO – Aree portuali, ovvero il Risiko che da sempre accompagna ogni cambiamento di destinazione di spazi, piazzali, capannoni e banchine.
[hidepost]C’è un dato di fatto difficile da contestare: il porto di Livorno – come molti altri porti italiani – oggi non risulta adeguato al cambiamento epocale dei traffici. E non solo perché è stato disegnato nel dopoguerra dove certe tipologie di merci non esistevano (containers) e dove i porti erano “empori” e non “gates”: ma perché con il passare dei decenni aree e banchine sono state di fatto privatizzate attraverso concessioni troppo spesso generose nei costi e nei tempi. Non a caso si è parlato (e si parla ancora) di rendite di posizione, di “pollai”, di uso disinvolto delle sub-concessioni eccetera. Che poi certe aree siano utilizzate per far cassa senza alcuna strategia portuale vera – si veda quelle pubbliche della Spil ma anche molte aree di Trenitalia ed altre ancora di privati – rappresenta una di quelle anomalie di cui sono ricchi i porti e non solo quello labronico.
In questa realtà è piombata di recente la sentenza di primo grado del processo penale per l’acquisto da parte della Port Authority (presidenza Marcucci) di aree in località Collesalvetti, di proprietà della Immobiliare Montefiori, destinate a costituire un polmone “inland” delle Autostrade del mare. Come dicono tutti coloro che rispettano (a volte obtorto collo) le leggi e anche le sentenze meno condivise, quello che i tribunali decidono è sempre giusto, salvo ulteriori gradi di sentenza al contrario. In questo caso però, le aree Montefiori (33 mila metri quadrati con una palazzina uffici, un capannone di 1000 mq e importanti raccordi sia con la rete ferroviaria, sia con le autostrade) non c’interessano in quanto oggetto di una condanna per una stima valutata dai giudici eccessiva del loro valore (ci sarà tempo del ricorso in appello: e si sa che queste cose, iniziate nel 203, richiederanno ancora tempi biblici per approdare a un giudizio finale) quanto perché, acquistate dieci anni fa, sono ancora oggi abbandonate a se stesse senza che alcun progetto di utilizzazione sia stato portato a compimento. Eppure dovevano essere un “nodo focale” dei traffici delle Autostrade del mare per il porto di Livorno: eppure sono state acquistate con i contributi della Ue proprio per l’urgenza di utilizzarle a quello scopo: eppure fior di perizie firmate da fior di professionisti della logistica (il commercialista Roberto Del Ghianda, che è rimasto impelagato nella vicenda per una perizia non economica ma di valutazione logistica, si era fatto supportare da docenti universitari del settore di alta fama, tra l’altro insegnanti anche all’Accademia Navale livornese) confermavano che la posizione fosse ideale e la convenienza per l’Authority senza dubbi.
A fronte di tutto questo, le aree oggi dell’Autorità portuale sono rimaste inutilizzate, le Autostrade del mare operano in ben altri settori (è da poco partita anche l’offerta da parte dell’interporto “Vespucci”) e nessuno sembra essersi occupato del perché di un acquisto rimasto senza scopo. Ma si fanno fuoco e fiamme su Paduletta, che almeno per anni ha funzionato ed ha reso, sia al pubblico che al privato.
Strano paese, il nostro…
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
23 Gennaio 2013

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